Niente trucchi Sottolineature e considerazioni su “Il mestiere di scrivere” di Raymond Carver

Niente trucchi Sottolineature e considerazioni su "Il mestiere di scrivere" di Raymond Carver

Non avevo mai scritto nulla, nemmeno un rigo di racconto, quando mi capitò per le mani “Il mestiere di scrivere” di Raymond Carver. Un libro che non posso che definire fondamentale, per ogni aspirante scrittore. Riprenderlo in mano a distanza di anni – mi ha fatto un certo effetto. Per due motivi, entrambi ben visibili. Il primo sta sul retro di copertina, in basso, sulla sinistra, ed è il prezzo in Lire. E questo perché mi ha fatto pensare che il tempo passa in fretta anche per me. Il secondo è all’interno del libro, e sono le mie sottolineature.

Non molte a dire il vero, ma distribuite su tutto il testo, dall’inizio alla fine. Il fatto è che non mi ricordavo di avere addirittura sottolineato! Manco mi stessi preparando per un’interrogazione, o un esame. Non so, mi ha fatto uno strano effetto immaginarmi intento a imparare a scrivere da un libro, prima di iniziare a farlo veramente.

Uno dei motivi per cui sono legato a questo libro è proprio il fatto che è stato, tra tutti i libri di scrittura creativa che ho letto, quello che mi ha dato la spinta decisiva nell’abbandonare la rassicurante perfezione della teoria, per andare a sporcarmi le mani d’inchiostro, a impantanarmi un po’ tra incipit e finali che non vogliono arrivare, a correggere frasi che in prima stesura non erano nemmeno troppo grammaticali.

Quando mi sono messo a pensare cosa avrei potuto scrivere sulla nostra Wiki, mi è subito venuto in mente questo libro. Mi son detto che Carver non poteva mancare. Ora, la mia idea iniziale era quella di rileggermi il libro da capo, per poi scrivere un articolo per la Wiki. Poi, un po’ per pigrizia, un po’ per dare un significato a quelle mie sottolineature vecchie di almeno dieci anni, ho proceduto così: -Ho trascritto sul computer alcune delle frasi sottolineate, ad eccezione di quelle che ribadivano concetti già esposti. -Le ho catalogate per tipo, ottenendo così dei mini-capitoletti, a cui ho aggiunto anche un titolo e alcune considerazioni personali. -Infine ho disposto questi miei capitoletti secondo quest’ordine:
– Considerazioni sullo stile e il talento, e sul perché si scrive;
– Ispirazione;
– Composizione;
– Revisione.
Come se volessero seguire l’ordine cronologico della composizione di un racconto.
Sperando di aver fatto cosa utile, vi lascio alla lettura di queste mie sottolineature e considerazioni.

Talento & Stile

«Ci sono scrittori che di talento ne hanno tanto; non conosco scrittori che non ne abbiano. Ma un modo di vedere le cose originale e preciso e l’abilità di trovare il contesto giusto per esprimerlo, sono un’altra cosa.»

«Ogni grande scrittore e anche semplicemente ogni bravo scrittore ricrea il mondo secondo le proprie specificazioni. È qualcosa di simile allo stile, quello di cui sto parlando, ma non è solo questione di stile. È il tipo di inconfondibile e unica firma che lo scrittore lascia su qualsiasi cosa scriva. E ne fa il suo mondo e niente altro. È una di quelle cose che contraddistingue uno scrittore. E non è il talento. Di quello ce ne è anche troppo in giro.»

La questione di fondo è sempre la stessa. In definitiva, cos’è che rende uno scrittore ‘grande’, o per lo meno bravo? Cos’è che lo contraddistingue  rispetto agli altri esseri viventi? Cosa serve a ‘uno che scrive’ per diventare un vero scrittore?

La risposta di Carver non sembra certo essere il talento. Di talento ce ne è anche troppo in giro, dice. Trovo curioso questo suo sminuire la portata della parola talento, negandogli addirittura l’attributo di rarità. È che la parola talento doveva sembrargli insopportabilmente vaga, vuota, rispetto a quello che uno scrittore effettivamente fa quando scrive. Come se questi portatori di talento non facessero altro che dare libero sfogo alla loro ispirazione, all’ascolto delle muse. Una qualità come un’altra che si può avere oppure no. Scrivere è per Carver qualcosa di estremamente concreto, qualcosa che ha ben poco a che fare con fantomatiche capacità innate. Quello che Carver intende dire è che il mondo è pieno di gente che sa scrivere, ognuno con delle qualità, del talento. Ma non è certo sufficiente a rendere loro degli scrittori. Quello che contraddistingue veramente uno scrittore, dice Carver, è il suo modo di vedere le cose, originale e preciso, e l’abilità di trovare il contesto giusto per esprimerlo. Probabilmente lo scrittore, o per lo meno il potenziale scrittore, è colui che ha una predisposizione d’anima, una certa sensibilità che gli permette di vedere le cose in una sua maniera specifica e originale. Ma attenzione, questo non basta. Quello di cui parla Carver non è solo questo, è qualcosa che ha molto più a che fare con la pratica della scrittura. È il saper rendere con parole precise, ben scelte, un modo di vedere la vita che è tuo e solo tuo, sforzandosi di ricreare i contesti giusti per esprimerlo. L’unica cosa che conta è quello che riesci a mettere su carta, parola dopo parola, creando sapori, atmosfere, contrasti. Mettendo in evidenza alcune cose e trascurando delle altre. Saper giocare con il detto e il non-detto. Quello che rimane su carta non deve essere uno sfoggio di talento, un saggio di bravura, ma qualsiasi cosa tu scriva deve avere la tua firma, il tuo odore, il tuo modo di guardare il mondo.

«Perciò gli scrittori non dovrebbero sforzarsi di imitare il modo di guardare le cose di qualcun altro – ad esempio di Barthelme. Non funzionerebbe.»

«I veri sperimentatori devono RENDERE TUTTO NUOVO, come consigliava Pound, e in questo processo devono scoprire le cose da soli.»

Scrivere per Carver è ricerca. Ricerca del proprio modo di guardare alla vita e al mondo, ma anche ricerca della propria ‘Voce’, del modo concreto in cui riusciamo a trasferire questa visione su carta. Parola per parola, punteggiatura compresa.

Niente trucchi Sottolineature e considerazioni su "Il mestiere di scrivere" di Raymond Carver

Sulla cura delle proprie cose 

Questo brano me lo sono portato sempre con me, in testa. Anche se non mi ricordavo di averlo sottolineato. Sicuramente la parte del libro che mi è rimasta più impressa.

«Ho degli amici che a volte mi hanno confessato di aver dovuto sbrigarsi a scrivere un libro perché avevano bisogno di soldi, o perché l’editore o la moglie mettevano loro fretta o li stavano per piantare – insomma, in un modo o nell’altro si scusavano per il fatto che quel libro non era scritto bene. “Sarebbe venuto meglio se ci avessi lavorato di più”. Quando ho sentito un mio amico romanziere dire questo, ci sono rimasto di sasso. Se ci ripenso, cosa che non mi capita spesso – in fondo non sono affari miei – ci rimango ancora di sasso. Se non si riesce, dico io, a rendere quel che si scrive al meglio delle nostre possibilità, allora che si scrive a fare? Alla fin fine, la soddisfazione di aver fatto del nostro meglio e la prova del nostro sforzo sono le uniche cose che ci possiamo portare appresso nella tomba. Al mio amico avevo una gran voglia di dire: per l’amor del cielo, mettiti a fare qualcos’altro, devono esserci modi più facili e forse anche più onesti di guadagnarsi da vivere. Oppure cerca di farlo come meglio puoi, mettici dentro tutto il tuo talento, ma poi non ti giustificare, non cercare scuse.»

Insomma, se veramente vuoi fare la scrittore, cerca di farlo sempre al massimo delle tue possibilità.

L’ispirazione. Uno scomodo segreto.

«O’Connor sostiene che quando si siede a scrivere un racconto, la maggior parte delle volte non ha idea di dove arriverà.»

«Ricordo che quando lessi questo saggio, anni or sono, fui colpito dal fatto che la O’Connor, o qualsiasi altro scrittore, scrivesse racconti in quella maniera: credevo che quello fosse un mio scomodo segreto che mi faceva sentire un po’ a disagio. Pensavo che di sicuro questo modo di comporre un racconto rivelasse qualche mio difetto.»

Non per tutti gli scrittori è così: ci sono scrittori che hanno bisogno di pianificare tutto nel dettaglio prima di procedere alla prima stesura vera e propria. Cercano di sbrigare la grana della trama per poi dedicarsi semplicemente alla scrittura, alla ricerca della forma migliore per la loro storia. Carver non è uno di questi, e questo contribuisce, a mio modesto avviso, a rendere i suoi racconti più fluidi, come se seguissero un ritmo naturale.

Sentite la storia della nascita di “Provi a mettersi nei miei panni”.

«Una volta mi son messo a scrivere quello che si è poi rivelato essere un bel racconto, anche se all’inizio mi si era presentata solo la prima frase. Erano già diversi giorni che andavo in giro con queste parole in testa: “Stavo passando l’aspirapolvere quando squillò il telefono.” Sentivo che dietro quella frase c’era una storia che voleva essere raccontata. Me lo sentivo nelle ossa che insieme a quell’inizio ci doveva andare una storia, bastava che trovassi il tempo per scriverla. Il tempo lo trovai, un giorno intero – dodici, quindici ore, addirittura – bastava che volessi metterle a frutto. E così fu, una mattina mi sono seduto e ho scritto la prima frase e subito le altre frasi hanno cominciato ad attaccarsi a quella. Ho composto la storia come avrei composto una poesia; una riga dietro l’altra e poi un’altra e un’altra ancora. Dopo un po’ ho cominciato a intravvedere la storia e sapevo che quella era la mia storia, proprio quella che avrei voluto scrivere.»

Chissà, forse l’ispirazione non è nulla di che. È solo riconoscere una potenziale storia anche quando questa ancora non esiste. È il portarsi dentro di sé per giorni alcune parole, assaporando tutta loro potenzialità. Senza sapere dove ti porteranno.

Niente trucchi da quattro soldi. Anzi, niente trucchi.

«Una volta ho sentito Geoffrey Wolff dire a un gruppo di aspiranti scrittori: “Niente trucchi da quattro soldi”. Ecco un’altra frase  che dovrebbe andare su una scheda sei-per-dodici. Anzi, io la correggerei un po’. “Niente trucchi.” Punto e basta. I trucchi non li sopporto. Quando leggo narrativa, al primo segno di trucco o di trovata, non importa se da quattro soldi o elaborata, mi viene istintivo cercare riparo. In definitiva i trucchi sono noiosi e io tendo ad annoiarmi facilmente»

«Troppo spesso lo ‘sperimentalismo’ viene usato come una specie di licenza per scrivere in modo sciatto, sciocco o imitativo».

Questa per Carver è una sorta di scelta di campo. È perfettamente consapevole che ci sono scrittori che si dedicano al surrealismo, al fantastico. Solo che non gli interessa. Per lui la scrittura è ricerca, e nel mondo reale c’è tutto il fantastico possibile. Crede profondamente nella scrittura come imitazione della vita, nella ricerca del proprio modo di vedere la vita e di come esprimerlo al meglio in una storia. Questo è per lui sperimentare. Ricordate la frase di Pound citata in precedenza da Carver?
“I veri sperimentatori devono RENDERE TUTTO NUOVO”
Rendere nuovo quello che è sotto gli occhi di tutti, semplicemente usando le parole giuste, mettendo in evidenza alcuni dettagli piuttosto che altri. Inventare mondi di sana pianta non gli interessa.
Così come non sopporta i trucchetti letterari. Niente trucchi. Perché sono finti, costruiti, si allontanano dalla vita a cui tende una scrittura realistica.
Queste considerazioni portano Carver a una decisa scelta di campo anche dal punto di vista del linguaggio:

«In una poesia o in un racconto si possono descrivere delle cose, degli oggetti comuni usando un linguaggio comune ma preciso e dotare questi oggetti – una sedia, le tendine di una finestra, una forchetta, un sasso, un orecchino – di un potere immenso, addirittura sbalorditivo. Si può scrivere una riga di dialogo apparentemente innocuo e far sì che provochi un brivido lungo la schiena del lettore – l’origine del piacere artistico, secondo Nabokov. Questo è il tipo di scrittura che mi interessa di più.»

«E tutto questo si ottiene attraverso l’uso di un linguaggio chiaro e preciso, un linguaggio usato in modo da infondere vita a dettagli che illuminino il racconto al lettore.»

«Le parole possono essere precise anche al punto da apparire piatte, l’importante è che siano cariche di significato; se usate bene, possono toccare tutte le note.»

Notare la ricorrenza di questo aggettivo quando Carver parla di scrittura: “preciso“. Usare un linguaggio semplice non vuol dire parlare in modo generico. Ogni scrittore dovrebbe essere in grado di difendere ogni parola che ha scritto. Saper giustificare perché ha usato quella parola piuttosto che un’altra.

Niente trucchi Sottolineature e considerazioni su "Il mestiere di scrivere" di Raymond Carver

Tensione nei racconti. È per il nostro benessere.

«Mi piace quando nei racconti c’è un senso di minaccia. Credo che un po’ di minaccia sia una cosa che sta bene, in un racconto. Tanto per cominciare, fa bene alla circolazione. Ci deve essere della tensione, il senso che qualcosa sta per accadere, che certe cose si sono messe in moto e non si possono fermare…»

«Quello che crea tensione in un racconto è, in parte, il modo in cui le parole vengono concretamente collegate per formare l’azione visibile della storia. Ma creano tensione anche le cose che vengono lasciate fuori, che sono implicite, il paesaggio che è appena sotto la tranquilla (ma a volte rotta e agitata) superficie del racconto.»

È sempre indispensabile tenere viva l’attenzione del nostro lettore.

Riscrittura. La parte divertente dello scrivere.

«Mi piace pasticciare con i miei racconti. Preferisco armeggiare attorno a un racconto dopo averlo scritto e poi armeggiarci di nuovo in seguito, cambiando una cosa qui e una cosa lì, piuttosto che scriverlo la prima volta.  La stesura iniziale mi sembra la parte difficile da superare per poi andare avanti e divertirmi col racconto. La revisione per me non è un obbligo sgradito – anzi, è una cosa che mi piace fare.»

«Può darsi che io corregga perché così facendo mi avvicino pian piano al cuore dell’argomento del racconto.»

Questo è fondamentale per capire il modo di lavorare di Carver. Non solo la riscrittura non è un compito tedioso, ma è parte integrante del processo di composizione di una storia. Carver, nel corso dei suoi saggi, cita spesso il suo maestro, John Gardner. Di lui ci dice che credeva nella revisione infinita, che non si stancava mai di revisionare e far rivisionare i testi dei suoi allievi. Aveva una teoria in proposito:

«Uno dei suoi principi fondamentali era che uno scrittore scopre quello che vuol dire mediante un continuo processo consistente nel vedere quello che ha già detto. E questa visione, questo processo di messa a fuoco della visione, si otteneva mediante la revisione.»

Revisione che non è dunque solo abbellimento estetico, ma una parte costitutiva, nel processo di creazione di un racconto. Un correggere che è uno scavare a fondo, togliendo tutto il superfluo per andare al nocciolo della cosa. Una ricerca. La vera essenza della scrittura, per uno scrittore senza trucchi come Raymond Carver.

Fonte delle frasi sottolineate:
[“Il mestiere di scrivere”, Raymond Carver, edito da Einaudi Tascabili. Stile Libero]
Articolo di Taxidriver


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Autore dell'articolo: admin

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