«Voglio spiegare perché uso vocaboli selezionati uno per uno a ragion veduta» — Sylvia Plath

La revisione precisa, la selezione di ogni parola: in queste pagine, brani tratti dai diari di Sylvia Plath, è possibile osservare come ogni occasione (anche la scrittura di una pagina di diario), può diventare opportunità per perfezionare la tecnica. La testimonianza del lavoro solitario e minuzioso di una scrittrice straordinaria.
In questo estratto è possibile osservare dall’interno il suo lavoro di autoanalisi.

«Voglio spiegare perché uso vocaboli selezionati uno per uno a ragion veduta» —  Sylvia Plath

«Il vento ha spinto sul mare una luna giallo intenso: una luna bulbosa, che germoglia nel cielo indaco sporco e sparge occhieggianti petali luminosi sulla nera acqua fremente».

Mi riescono meglio le descrizioni illogiche, sensuali. Testimone la frase qui sopra. Il vento non può assolutamente spingere la luna sul mare. Inconsciamente, senza parole, nella mia mente ho identificato la luna con un pallone giallo e leggero spinto qua e là dal vento.
La luna, stando al mio umore, non è esile, virginale e argentea, ma pingue, gialla, carnosa, gravida. Questa è la distinzione tra aprile e agosto, tra il mio stato  attuale e uno stato fisico che avrò chissà quando. Ora la luna ha subìto una rapida metamorfosi, resa possibile da vaghe, indeterminate allusioni nella prima riga, ed è diventata un bulbo di tulipano, di croco, di aster, dopodiché arriva la metafora: la luna è «bulbosa», aggettivo che significa pingue ma che, essendo l’immagine visiva di qualcosa di complesso, suggerisce un «bulbo». Il verbo «germoglia» rafforza la prima allusione a una qualità vegetale della luna. La frase «cielo indaco sporco» crea una tensione suscettibile di infinite variazioni con qualsiasi combinazione di vocaboli. Invece di dire un’ovvietà come «nel terreno del cielo notturno», l’attributo «sporco» ha un duplice obiettivo: quello di descrivere un cielo blu macchiato e quello di evocare il sostantivo fantasma «terra», che rafforza la metafora della luna come bulbo piantato nel suolo del cielo. Ogni vocabolo può essere minuziosamente analizzato per quanto riguarda sfumature, valore, calore, freddezza, assonanze e dissonanze di vocali e consonanti. Suppongo che tecnicamente l’apparenza visibile e il suono dei vocaboli presi a uno a uno assomiglino molto al meccanismo della musica… o al colore e alla grana di un dipinto. Ma, ignorante come sono in questo campo, posso solo tirare a indovinare e fare esperimenti. Però voglio spiegare perché uso vocaboli selezionati uno per uno a ragion veduta, forse fino ad ora non i migliori in assoluto per il mio intento, ma nondimeno scelti dopo molte riflessioni. Per esempio, il moto incessante delle onde crea lo sfavillio del chiaro di luna. Per restituire il senso di moto discontinuo sono stati usati i participi «occhieggiante» (a suggerire uno staccato di scintille luminose) e «fremente» (a comunicare un movimento più legato e tremulo). «Luminoso» e «nero» sono ovvie varianti di brillante e scuro. Il mio problema? Non abbastanza libertà di pensiero, freschezza di linguaggio. Troppi cliché e troppe associazioni forzate, annidati nel subcosciente. Poca originalità. Troppa cieca adorazione per i poeti moderni e poca analisi e pratica.

Il mio intento, al quale ho confusamente accennato poco sopra, è quello di ritrarre determinati atteggiamenti, sensazioni e pensieri per introdurli nella pseudorealtà del lettore (pseudo» per forza). Dal momento che il mio mondo di donna è fortemente percepito attraverso le emozioni e i sensi, nei miei scritti lo elaboro proprio in questo modo e sovrabbondo spesso in pesanti brani descrittivi e in un caleidoscopio di similitudini.
In realtà penso di avvicinarmi più ad Amy Lowell. Adoro la lirica trasparenza e la purezza di Elinor Wylie, il verso capriccioso, lirico, tipograficamente eclettico di E.E. Cummings, e aspiro a emulare T.S. Eliot, Archibald Mac Leish, Conrad Aiken…

E quando leggo, Dio, quando leggo la prosa misurata, lucida, tesa di Louis Untermeyer e le intensità distillate di un poeta dopo l’altro, mi sento oppressa, debole, scialba, impedita e totalmente assurda. C’è in me qualche pallido, flebile bagliore di sensibilità.

[…]

Piccola revisione: «E il vento ha spinto sul mare una luna giallo intenso: una luna bulbosa, che germoglia nel cielo indaco sporco e sparge bianchi petali luminosi che occhieggiano sulle nere pianure frementi dell’oceano».

—  Sylvia Plath, Diari.

Autore dell'articolo: Eleonora Lo Iacono

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