L’eternità della scrittura a mano


Osservando questa cerimonia, l’attenzione ai segni, la forma di ciascuna lettera, l’armonia della parola, i colori, l’inchiostro sulle dita, il suono evocativo della penna che graffia il foglio, l’erotismo suggerito dalla lentezza che acumina il pensiero, lo rafforza, gli dà il tempo necessario a trasformarsi in frasi lucenti.

Sono tendenzialmente una sostenitrice della tecnologia.
La uso, il mio lavoro e la mia vita ne dipendono quasi totalmente. Eppure rifletto sull’incidenza negativa che può avere l’innovazione su pratiche come la scrittura a mano, dalla quale non mi sono mai privata nonostante sia circondata da ottimi strumenti che la superano in termini di velocità, precisione, pronta condivisione. È un culto, un appuntamento con me stessa.
Leggo statistiche che decretano la scrittura a mano come una pratica ormai in via d’estinzione. Gli adolescenti soprattutto si stanno abituando a usare le tastiere di pc e smartphone. Il risultato è il vantaggio della rapidità e la perdita di concentrazione e l’uso approssimato del linguaggio che viene sintetizzato e inquinato da errori e simboli.
La scrittura a mano non è solo uno strumento pratico: ci aiuta a fissare la memoria, a indagare i pensieri, a elaborare idee e ragionamenti, a scoprire segreti della nostra complessità emotiva, rende le idee quasi una materia umana e le concretizza, le mostra. Da oltre 5000 anni, penna e inchiostro, matita, sono compagni di un reale percorso del corpo e dello spirito e anche se la scrittura a mano da una parte rischia di scomparire, dall’altro si sta trasformando in una pratica di gioco e dedizione, rinnovando la sua derivazione magica, artistica e sacra che vede, proprio nella ritualità della scrittura a mano, un pregiato processo che non può essere reciso.

Scrittori celebri hanno fatto della scrittura a mano un feticcio, ossessione, vera e propria cerimonia, i loro strumenti di scrittura sottolineano il rispetto e il valore concreto di questo rito.
Basti pensare all’uso della matita di scrittori come Truman Capote, o Hemingway (che lo considerava il mezzo per aver più occasioni di revisione del testo e quindi di riflessione sullo scritto), al taccuino tascabile di Kerouac, ai quaderni rilegati in pelle e personalizzati di Mark Twain, alla stilografica Parker 51 di Dylan Thomas, alle 60 matite usate da Steinbeck per scrivere Furore.
Studiosi d’estetica e neurolinguistica, scrittori professionisti e artisti visivi potranno confermare  quanto questa pratica possa e debba resistere alla contaminazione della velocità: lentezza, respiro, riflessione, sono il principio del pensiero.


«C’è un legame stretto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio. […] Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria, il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio».
— Milan Kundera, La lentezza

Autore dell'articolo: Eleonora Lo Iacono

3 commenti su “L’eternità della scrittura a mano

    Andrea Montalbo'

    (24 Settembre 2014 - 20:49)

    Potrei condividere quello che dici – e in effetti, lo condivido. La mia personale obiezione è che, su questo tema, si rischia di passare da un estremo all’altro perdendo di vista la giusta misura e la giusta velocità: io sono lento a scrivere a mano, ho una bella calligrafia e tendo a perdermi in evoluzioni grafiche. Adoro le penne Parker (non hanno bisogno di pubblicità, quindi questo non è uno spot nascosto), sono il mio strumento di scrittura preferito; ma se scrivessi a mano i miei racconti, non rispetterei mai i tempi di consegna. Meglio l’iPad (anche qui, nessuna pubblicità), con la tastiera in gomma: certo, scrivo con dieci dita, NON con due pollici o un indice – anche questo è un esercizio di scrittura, per quanto meccanico. Insomma, un po’ di un metodo e un po’ dell’altro: la memoria dà struttura ma è nel delirio da velocità che scaturiscono le idee migliori. Da trascrivere poi con calma, ecc.

      Eleonora Lo Iacono

      (27 Settembre 2014 - 17:25)

      Andrea, scrivo anch’io spesso con la tastiera.
      A esempio, quando devo scrivere articoli di certo non li scrivo prima a penna. Però, spesso mi sforzo di cominciare racconti sulla carta, scrivo pagine di diario, raccolgo appunti, tutto scritto a mano e le correzioni (con la gomma o con le cancellature rosse) hanno una natura a volte diversa, come se fiorissero dalle cancellature.
      Non è romanticismo, secondo me è proprio un metodo creativo quasi magico, quasi scientifico 🙂
      Ma come saggiamente inviti tu, non estremizzerò

    Ivan Bruno

    (28 Settembre 2014 - 16:51)

    Condivido il pensiero, anche se, personalmente, ho problemi con la scrittura manuale dovuti a forti crampi alla mano (ci metto troppa passione).

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