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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: Emir chissà chi
MessaggioInviato: mer mag 12, 2010 2:37 pm 
Non connesso
Aspirante Scribertuccina
Aspirante Scribertuccina

Iscritto il: dom dic 27, 2009 3:55 pm
Messaggi: 165
Questo è il racconto che avevo inviato al concorso "Subway 2010".
Visto che non è stato preso, e che non vi è nessun feedback per i racconti scartati (bhe...quando mai [[100]] ), mi piacerebbe che me lo smontaste voi...
In particolare, essendo il senso del racconto un po' complesso, volevo sapere se è chiaro quello che volevo descrivere.
Non dico altro per non aiutarvi! [[4]]
A voi!

EMIR CHISSA' CHI


“Grazie signora”
Non aveva bisogno di alzare lo sguardo per sapere che era lei.
Una banconota da cinque euro arrotolata colpiva precisa il centro del vecchio cappello adagiato sul marciapiede, a raccogliere l’elemosina di cui viveva.
Puntuale: sempre alla stessa ora, sempre la stessa cifra.
Non gli rispondeva mai.
Non lo aveva neanche mai guardato.
Era una cosa insolita, perché di solito chi gli metteva qualche moneta nel cappello era ansioso di esplorare il suo viso di ragazzino, per scorgervi la loro dose quotidiana di gratitudine e iniziare bene la giornata.
Era per quello gli facevano l’elemosina: per sentire che qualcuno era loro grato.
Per se stessi.
Ma lei no, lei era diversa.

“Ehi, tu.”
Emir alzò lo sguardo su un uomo alto e grosso, forse il più grosso che avesse mai visto.
E lui ne aveva viste di cose.
“Cosa c’è?” rispose, tentando di nascondere il tremore nella sua voce.
“Come ti chiami?”
Il ragazzino lo fissò qualche istante, preso alla sprovvista da quella domanda.
Talvolta qualcuno gli chiedeva se avesse fame, se avesse una famiglia o dove dormisse la notte, ma quasi nessuno si interessava del suo nome.
“Emir.” rispose infine.
“Eric?!” l’uomo si piegò verso di lui, l’orecchio teso verso il suo volto e l’espressione corrucciata.
“No, Emir!” parlò a voce alta, forse troppo alta.
Il Bestione sussultò e fece un passo indietro.
“Ok, Emir. Devi venire con me.”
Una famigliare sensazione di panico gli attanagliò lo stomaco e una vertigine lo colse.
Durò solo un istante, perché quello dopo era già pronto a darsela a gambe.
Teso, ogni muscolo pronto a scattare in una folle corsa.
“Sei uno sbirro?”
L’uomo spalancò gli occhi manifestando tutto il suo stupore, poi scoppiò a ridere, volgendo il testone al cielo.
Rise così forte che alcuni passanti si voltarono verso di lui, con disappunto.
“Non sono un poliziotto, ti sembro un poliziotto?” chiese non appena si fu ricomposto.
“No.” ammise Emir, seccato dalla reazione plateale dell’uomo. “Ma se non sei un poliziotto, sei un pedofilo.”
Questa volta non ci fu nessuna risata verso il cielo.
L’uomo lo fissò, serio, per alcuni secondi.
Infine fece un sonoro sospiro e si piegò sulle ginocchia, portandosi alla sua altezza.
“Non sono un pedofilo, e se ci fosse qualcuno che volesse farti del male lo ucciderei con le mie mani.”
Emir corrugò la fronte, perplesso.
“E allora cosa vuoi da me?” indagò, incominciando a mettersi in tasca le monete rimaste nel cappello; nel caso avesse dovuto fuggire, era meglio non lasciarsi indietro il guadagno del giorno.
“Voglio solo che vieni con me. Devi fidarti.”
Scrutò lo sguardo dell’uomo e non ci colse nulla di pericoloso.
Si guardò intorno, vide che alcuni passanti li osservavano incuriositi. Incrociò lo sguardo di un ragazzo un po’ più grande di lui che passava spesso di lì e talvolta gli lasciava gli ultimi tiri delle sue sigarette.
Capì che sarebbe bastato un cenno o una parola per far accorrere qualcuno; era un mendicante, ma era pur sempre un bambino.
Nonostante questo, non fece nulla.
Distolse lo sguardo dai passanti e lo posò ancora sul Bestione che stava accovacciato di fronte a lui.
Poi prese il cappello, se lo cacciò in tasca e si alzò.
L’uomo fece lo stesso, sorridendo.
Lui non si fidava mai delle persone che non conosceva, spesso neanche di quelle che ormai gli erano famigliari.
Ma di quell’uomo di fidò; lui era diverso.

Era quasi un’ora che camminavano.
Emir doveva fare almeno tre passi per ricoprire lo stacco che il Bestione gli dava con una delle sue falcate; incominciavano a fargli male le gambe e aveva il fiatone.
Al Bestione sembrava improvvisamente non importare più niente di lui; camminava senza guardarsi mai indietro, senza mai rivolgergli la parola.
Lui non aveva fatto domande.
Erano passati attraverso il centro del paese, prendendo poi un grosso vialone che si srotolava verso nord. Erano quasi arrivati alla zona industriale quando il Bestione aveva svoltato in una traversa poco più grossa di un vicolo. Muri scrostati interrotti da minuscole porte di legno che si susseguivano ad intervalli regolari. Alzò lo sguardo sulle coppie di finestre della grandezza di un oblò che punteggiavano le facciate. Il cielo era praticamente invisibile: i panni appesi tra una finestrella e l’altra erano come un tetto colorato e gocciolante sulle loro teste.
Quando tornò a guardare davanti a lui, il Bestione lo aveva distaccato di una decina di metri e non erano più soli: una donna e un uomo camminavano tra di loro.
Accelerò il passo e, quasi correndo, girò intorno alla coppia e lo raggiunse. Stava per decidersi a fargli una qualche domanda quando una delle porticine si aprì alla sua destra, facendolo sobbalzare.
“Mi scusi.” disse la giovane donna che si era affacciata, sorridendogli distrattamente. Si sporse guardandosi a destra e sinistra e poi uscì; dietro di lei altre due donne e una decina di bambini che si riversarono nel vicolo colorandolo di rosa, bianco e azzurro, e musicandolo con il loro vocio.
Il Bestione sembrava non essersi accorto di nulla, né della coppia, né dei bambini, né di tutte le altre persone che, a piccoli gruppi, spuntavano dalle porte, come ruscelli di vernice colorata che affluiscono nel letto spoglio di un fiume.
Camminava a lunghi passi, velocità costante, sguardo fisso, un sorriso appena percettibile stampato sulla faccia.
Emir accelerò il passo e gli fu a fianco.
“Io tra un po’ faccio dietro front e me ne vado.” disse, con poca convinzione.
Il Bestione rise, la stessa risata al cielo di poco tempo prima, solo che in quel vicolo affollato si perse tra le voci. “Un po’ di pazienza Emir.”
Il vicolo incominciava a diventare stretto per tutta quella gente. I bambini correvano e le donne urlavano loro dietro; gli uomini fumavano, c’erano saluti, pacche sulle spalle, baci, risate.
“Ma cos’è tutto questo? Dov’è che mi porti?”
“Hai detto che ti saresti fidato di me.”
“Si, te lo avevo detto, ma ormai è un’ora che camminiamo!”
Il Bestione si limitò ad annuire.
Emir lo osservò qualche secondo, aspettandosi dell’altro. Quando capì che non sarebbe arrivato nulla, sbuffò sonoramente, cacciandosi le mani in tasca.
Camminarono ancora un po’ prima che il paesaggio cominciasse a cambiare: la strada si allargava, le case non sembravano più ubriachi che si reggevano disordinatamente l’uno all’altro, e ogni tanto si incontrava la vetrina di qualche bottega.
Le persone erano tante, tantissime, e camminavano attorno a loro tutte nella stessa direzione: il fiume adesso era in piena e correva verso il mare.
E finalmente arrivarono al mare, quello vero.
Ne sentì prima l’odore e, quando scorse uno scorcio d’acqua tra le teste e le schiene che gli stavano davanti, aveva già sentito il terreno cedere morbidamente sotto le vecchie scarpe: non più pietra, ma sabbia.
Una via che si riversava direttamente sulla spiaggia, sottilissima, larga dieci metri forse: un vicolo che si riversava direttamente nel mare.
Il Bestione finalmente si fermò, voltandosi verso di lui.
“Emir, quanti anni hai?”
“Dodici.”
Il Bestione scosse la testa, pensieroso.
Poi sembrò scacciare un cattivo pensiero con un rapido movimento della testa e tornò sereno.
“Siamo arrivati!” esclamò.
“Al mare?”
“Si, al matrimonio in riva al mare.”
Indicò un punto alla sua destra.
Emir si voltò, scorgendo un campanile a un centinaio di metri di distanza.
“Un matrimonio?! Perché mi hai portato a un matrimonio?!”
“Perché è un matrimonio importante.”
Emir si guardò intorno; non riconosceva nessun viso, nessuna delle case che punteggiava l’orizzonte alle sue spalle gli diceva qualcosa, nonostante quella fosse la città in cui viveva da tempo
Era una festa quella, una festa con centinaia di invitati. Un matrimonio importante.
“Chi si sposa?”
Il Bestione non c’era più.
Si guardò intorno, scrutando i visi eccitati in cerca di qualche lineamento famigliare. Cercò due spalle enormi, una schiena forte come un muro, ma non li trovò; il Bestione si era dileguato nella folla.
Sentì poi il freddo, due guanti di ghiaccio che gli attanagliavano le caviglie: il mare. C’era gente immersa fino alla vita, bambini che si schizzavano ridendo e urlando come forsennati. Provò a tornare all’asciutto ma la folla glielo impediva. Decise allora di proseguire nell’acqua, che ormai arrivava alle ginocchia; vedeva la chiesa arrampicata su un molo a poche decine di metri da lui.
Era un ragazzino curioso, voleva sapere.
Tanti ormai proseguivano nell’acqua, poiché la spiaggia era ricoperta di corpi schiacciati l’uno all’altro, uomini con bambini sulle spalle, donne sulle punte dei piedi, il fondo delle loro gonne sporche di sabbia. Il mare era l’unica via per avanzare.

Accadde tutto in fretta.
L’acqua che lambiva le cosce fino ad arrivare alla vita. La maglietta impregnata, fredda, appiccicata al torace smunto.
Poi un’onda che stonava sul ritmo regolare e serafico del mare di quel pomeriggio.
Acqua che bruciava in gola, sapore salato sulla lingua.
Un respiro rubato, poi ancora acqua.
I piedi non affondavano più nella sabbia impastata, ma ballavano sul nulla.
Non sapeva nuotare, Emir, non aveva mai imparato.

Quando si vegliò era vecchio.
Capitava, talvolta.
C’erano mattine in cui si svegliava nel suo vicolo, nel suo sacco a pelo, sentendosi addosso tutti i suoi anni e sapendo che erano settantadue.
Quei giorni erano terribili, non andava a chiedere l’elemosina, né mangiava o beveva.
Aspettava e basta.
Aspettava che quella breve parentesi di lucidità si chiudesse e lui tornasse ad essere un ragazzino di nome Emir.
Accadeva presto, di solito dopo qualche ora.
E quella volta, ai piedi del molo alle porte di una chiesa, si svegliò vecchio e debole.
Sputava acqua e vedeva tutto bianco.
“E’ cosciente!”
Una voce bella, rotta dal pianto ma così bella.
Non bella come quando aveva detto “papà” la prima volta.
Sbatté gli occhi, in mezzo al bianco del vestito ora intravedeva il viso di sua figlia.
“Papà.”
Non riusciva a parlare.
“Papà, ti prego, solo oggi. Ho bisogno di te oggi.”
Quei momenti duravano poco, troppo poco.
Si alzò a sedere, poi riuscì ad issarsi in piedi.
Era tutto bagnato ma a lei non importava.
La prese sottobraccio.
Lei piangeva ancora e sorrideva, anche.
La gente si faceva da parte; i colori son forse più allegri del bianco, ma il bianco è più luminoso.
La chiesa era piccolissima, ci misero pochi secondi ad attraversarla tutta, nonostante l’andatura lenta.
Un uomo alto e grosso era ai piedi dell’altare.
Era un Bestione ma aveva un sorriso gentile.
Ebbe l’impressione di conoscerlo già e forse era così: incontrava un sacco di gente, Emir, di cui negli sprazzi di lucidità aveva solo un vago ricordo.
Comunque ci riuscì, a portare sua figlia all’altare.
Poi si fece da parte.

La volta successiva che si risvegliò vecchio era nel suo vicolo, nel suo sacco a pelo.
Faceva freddo, freddo da inverno.
Quindi aveva settantatre anni o comunque li avrebbe compiuti a breve.
Emir doveva averne undici.
Le ossa facevano così male che avrebbe voluto urlare, ma non ne aveva l’energia.
Emir neanche l’avrebbe sentito quel dolore.
Doveva solo resistere qualche ora, quei momenti duravano poco, davvero poco.
C’era un figlio di giornale sotto la sua testa: la sua foto di sua figlia vestita da sposa, sorridente, a braccetto con un uomo vecchio.
Vecchissimo.
“Il conte” diceva la didascalia.
Fece un sorriso tutto gengive.
Chissà cosa avrebbe fatto Emir se avesse scoperto di essere conte.
Chissà se avrebbe riconosciuto sua figlia, alla prossima banconota da cinque euro arrotolata.
Chissà.

_________________
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