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 Oggetto del messaggio: Re: Indice racconti in concorso VolanZine n°10
MessaggioInviato: gio gen 14, 2010 3:28 am 
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Racconto di un’emozione

Il mio bagno: due di notte. Con soli due giorni di ritardo, faccio il test di gravidanza:
momento cruciale nella vita di ogni donna perché sai che nel bene o nel male la tua vita cambierà. Non è facile parlare di questo tipo di emozione a un uomo,ma voglio raccontarti,
se ci riesco, cosa ho provato quando ho scoperto di avere una creatura in grembo.
In bagno, sola, alle due di notte ti passa la vita davanti.
In quei pochi attimi, mentre aspettavo il risultato del test, pensavo solo “ lo so, ci sei”,
mi dicevo “sono incinta” lo sapevo. Il risultato, ovviamente positivo,
Si può giurare davanti a un test di gravidanza positivo? Io l’ho fatto: “Per questa creatura
ci sarò, sarà la persona più importante della mia vita.” Non so descrivere quello che ho pensato, so solo che ho avuto la consapevolezza che la mia vita da quel giorno non sarebbe stata più la stessa:avevo la responsabilità di un’altra vita.
Un’emozione che si sarebbe sostanziata otto mesi dopo.
Non ho potuto avere la gioia di vedere nascere mia figlia, ero anestetizzata, ho subito un cesareo con anestesia totale. L’ hanno vista gli altri, nessuno ha saputo descrivermela,
è bruna dicevano, somiglia a tuo padre. Somiglia a me, dissi io.
L’ ho vista per la prima volta il giorno dopo, me l’ha portata mia madre dalla nursery,
aveva passato la notte in incubatrice, era bella, elegante con i vestiti che io avevo comprato per lei. Appena ha sentito la mia voce ha aperto gli occhi.
“ Non ti ho vista nascere figlia mia, non ho visto il mio sangue addosso a te, ma ti ho sentita mia. Sei uno specchio, uno specchio in cui mi guardo crescere.
Riconosco le tue paure perché sono state le mie, riconosco l’ansia, la gioia, la frustrazione perché sono state le mie in un’altra vita, in un altro secolo. Ora mi accorgo che sei diventata cinica, io non lo sono mai stata, forse perché la vita ti ha tolto tutte le persone che hai amato
i quattro nonni, la migliore amica lontana, tuo padre che una domenica mattina ti ha svegliato dicendo “andrà meglio se me ne vado”, meglio per lui, ma non per te.
Accanto a te sono rimasta io, quella stessa donna che in una notte ormai lontana, ti ha promesso che non ti avrebbe mai lasciata sola. Ora quella donna a cui resti solo tu, si ritrova a parlare di te a un amico sconosciuto, perché scrivere di te mi fa bene al cuore, anche se finisco
con gli occhi pieni di lacrime.”


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 Oggetto del messaggio: Re: Indice racconti in concorso VolanZine n°10
MessaggioInviato: gio gen 14, 2010 3:32 am 
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Rifare il verso ai fratelli Marx
- “ Troppe virgole!”

- “ Virgole?
Intendi questi cosi al posto dei capelli? Questione di karma. Fidati! ”

- “ Cosa c’entra il karma con la punteggiatura? ”

- “ C’entra, c’entra…
Da piccola ero soprannominata “ virgoletta”!

- “ ^ - ^ ” .

- “ Le virgole somigliano alle note musicali.”

- “ Dici?
Com’era?
Le virgole non sono altro che graffi su un foglio bianco…”

- “ Ah… che romantico!”

- “ Dimmi, qual è la tua nota preferita?”

- “ Mi piace portare ad libitum il Sol Levante…”

-“ Io, invece, mi tengo sul La minore. Sai… è più alla mia portata”

- “ Cameriere!”

- “ Ordini pure, signora!”

- “ Una pizza!”

- “ Tenga presente che non ci sono più le quattro stagioni e Vivaldi è morto!
La pugliese l’ho licenziata così come la bavarese che non aveva il permesso di soggiorno
e con i tempi che corrono… Suvvia non faccia la capricciosa!
Si prenda una margherita o, se non soffre di mal di mare, una marinara.”

-“ Be’, visto come corrono i tempi… tornerei volentieri un po’ indietro.
Una PIZZA ai gamberetti!
Ben saltati nel tempo, s’intende.”

- “ Kurioso… ma ogni volta che faccio un viaggio all’indietro mi tremano le mani.”

- “ Forse siete andato nel pallone (Signore) perciò le vostre mani tremano…
Ma potrebbe anche trattarsi di un fallo clamoroso, nel caso voi aveste alzato troppo
il gomito… Delirio Tremens?”

- ( Stretta di mano )

- “ Meglio una carezza in un pugno o un pugno in un occhio? ”

- “ Ai nostri apPunti l’ardua assistenza…”

- “ Dopotutto la pazzia e il genio hanno entrambi un occhio viola!”

- “Non sai quanto mi è costato l’occhietto!!!!
Vede le belle ragazze e strizza, arriva la moglie e s’incazza
poi me le dà con la mazza io mi sento una pezza poi scrivo alla mia amica pazza
e tutto passa.”

- “ Si però, pure tu…
Non potevi inventarti la scusa del moscerino?

( Zum pappà…. zum pa ppà… questo è il Valzer del Mooscerino…)

- “ Ho cercato di inventarmi la scusa del moscerino,
ma ho gli occhi troppo piccoli e non se l’è bevuta,
anzi me l’ha data in testa con tutto il Cynar dentro!
Mi sono punto con il carciofo… ”

- “ E lo dicevo io che in certi casi una stretta di mano è la cosa migliore.
Chissà poi perché ne fu abolito l’utilizzo…. mah…
Dopotutto anche “l’occhio vuole la sua parte…”

(Ehy occhietto… su dai, non fare così, vai a piangere sulla cipolla dabbravo…)

- “ Che traffico oggi all’ora di punta! Dico alla moglie, dai facciamo la pace, beviamoci una fanta,
almeno la bottiglietta è di plastica, ma poi dobbiamo riciclarla, dice lei,
No che importa, la mandiamo in Germania, che ci pensino loro!”

- “ Mi rallegro per l’idea fantasma goritza…

Ma se la Germania di Tacito e Nietzsche dovesse rifiutare i rifiuti
in nome della purezza di stirpe e della raccolta differenziata?”

- “ Sarebbe impataccata di razzismo, of course!”

- “Ai cassonetti il diritto di replica!

Oddio! Si sono moltiplicati all’infinito!! E mo’?”

- (El pueblo unido, hamas serà vencido… )

_ “Hey, un memento!
E se facessimo una Shoà della monnezza?
I tedeschi sono bravi a fare le pulizie, a trovare le “Soluzioni Finali”!
Al massimo mandano tutto in cristalli!

(E’ davvero un obbrobrio intralciare i loro piani…)”

- “ Se la Germania rifiuta i rifiuti, oh mein Fuhrer, guidaci tu!
Con il gas russo, la monnezza italiana e i vostri forni a gas facciamo una figura di mehr da
popolo globale che da popolo emancipato.
Allora io sciò per ora e hasta la scrittura siempre!”

-“ E se chiamassimo quel gran figlio di una Bobina di Goebbels e girassimo gli esterni
con luci spettrali e atmosfere da Istituto Luce? Che impressione!
Giammai!!!

Ridatemi il mio cassonettoooo!”


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 Oggetto del messaggio: Re: Indice racconti in concorso VolanZine n°10
MessaggioInviato: gio gen 14, 2010 3:36 am 
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Ritratto in controluce di Augusto Rainer

“Niente di buono mi aspetto oramai dagli uomini”, andava ripetendo nei lunghi pomeriggi estivi sotto la magnolia dalle foglie sode e brillanti a dispetto della quasi secolarità. Lo stesso adagio o massima riproponeva sotto vesti diverse da quando lo conoscevo, pure prima del sopraggiungere delle precoci serate invernali, infagottato a dispetto della rotondeggiante e fiera corporatura, in una delle sue solite bluse felpate.
A volte la profondità amara della sua voce soffocava nel sottaciuto la stizza, mentre alcuni toni da tenore alludevano in maniera goffa e simpatica ad una volontà di potenza mai del tutto dimenticata.
Augusto Rainer nella sua giovinezza si era barcamenato senza convinzione nella frequentazione di corsi di laurea umanistici e nella vaga ricerca di un riconoscimento ufficiale sancito da un regolare curriculum studi.
Prima all’Università di Camerino poi all’Università di Bologna, città che a suo dire avrebbero dovuto garantire la fondatezza di una formazione culturale, in quanto sede dei più antichi atenei.
Comunque il suo peregrinare da una città all’altra non fu altro che l’estrinsecazione del suo andirivieni interiore, contrassegnato dalla inquietudine ed inadeguatezza di un’anima che trovava orgoglioso appagamento solamente in disordinate ma voraci e sterminate letture.
Con disappunto sempre mal celato, l’esito degli studi non poté che essere fallimentare, perlomeno riguardo ai valori di riferimento di un universo borghese ambiguamente rinnegato.
La seriosa civetteria da erudito autodidatta affascinò la acerba curiosità di me poco più che adolescente e mi spinse a frequentarlo con assiduità ossessiva per anni e anni.
La benevolenza quasi paterna e la sua generosità di ospite trovarono in me un ascoltatore instancabile e paziente e per molto tempo non all’altezza di controbattere con sufficiente proprietà dialettica negli inevitabili frangenti di disaccordo.
“Tutto ciò che diciamo e facciamo o che possiamo dire e fare già è accaduto, si è ripetuto e si ripeterà”.
Anche questa laconica e astorica considerazione esistenziale, emessa dalle labbra di un conoscitore della storia quale era Augusto Rainer, non poteva certo offrire molti margini di speranza al mio desiderio di conoscenza.

Eppure al di là della amarezza che percepivo in maniera a volte frustrante, si intravedeva il calore umano di chi si è sentito irrimediabilmente sconfitto, ma perdendo smalto ha acquisito una propria dolcezza melanconica.
Pochi erano stati messi a parte del sogno che ancora lo animava e lo teneva aggrappato nascostamente a quel poco di etereo che la grettezza della quotidianità ci lesina.
Io certamente ero troppo giovane ed ingenuo per meritare tale dignità, ma coglievo e mi si lasciava cogliere lo spiraglio della portata del sogno.
La mole di letture si era accompagnata ad una copiosa produzione letteraria attorno alla quale Augusto Rainer, più o meno volutamente, aveva eretto un alone di mistero.
Il sogno della propria riconoscibilità attraverso la scrittura lo aveva proiettato in una dimensione atemporale che oltrepassava i limiti dell’attesa e gli conferiva un’aura di nobiltà ed una luce che, squarciando le nebbie della disillusione di uomo maturo e consapevole, appariva ancora più preziosa.
Lo persi di vista alcune estati fa, in uno degli oramai rari pomeriggi allietati dal suo soave e spumeggiante vino bianco, di cui spesso teneva nascosta la provenienza per giocare con gli ospiti a chi la sapeva indovinare.
Io ora abito lontano e anche volendo, difficilmente potrei avere sue notizie, ma amo ricordarlo come una delle figure che più hanno segnato la mia giovinezza.


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 Oggetto del messaggio: Re: Indice racconti in concorso VolanZine n°10
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S come uomo
s come solo


Solitudine serpeggiante,zitelle folate spifferano storie. Spingono al complice uomo.
Ignari,nutrono fame. Il setaccio,getta la pula, tiene il grano:la disponibilità,ritratto,ricalco di Dorian Gray inverso,dagherrotipo disegna le proprie migliori qualità.
Stefano. Cinquantenne deciso,conscio, bell’aspetto. Esperto,mostra buoni fini. Vissuto,toscano,pacato. Gentile,ama le mie idee,a cui devo fama di “tipo interessante”. Libero e promettente incontro. Separato, onesto e chiaro con moglie e figlia.”Non mi basta”. Sanciti per sempre gli appetiti insaziabili. Stefano non si gloria, si racconta solo. Cerca e, lo sa fare, a tratti minuti e gentili, ma maschi nei capelli corti e brizzolati, che fanno corona a spalle ben tornite e palestrate,eternamente abbronzate. Curato o privilegiato, sento ch’è chiuso da folle d’assatanate. Sottile per territorio, voce venata, sgargiante filo d’arguzia. Un purosangue, felice,conscio mantello lucido,nervi guizzanti,bellezza,nobiltà. Bell’esemplare, a prescindere dalla razza. Mauro,luce d’una sera,già confusa a calma densa di notte. Stregato,a cenno di muta poesia, ha baciato le mie parole contento. Silenzi fumosi e frequenti,ammantano la sua vicenda. Spirali d’avarizia,sono grata forata,da cui filtra chiaro d’anima,piccole cose,tasselli di affresco immenso. Mauro lavora all’estero, climi rigidi, polari. Sparisce spesso,al ritorno sono fra i suoi primi pensieri. Gli occhi segnati,stanchi,ne fanno un gigante gravato da ignoto peso. E’ domato da un pensiero. Serrato da nebbia, ma non celato. Confessa il proprio fardello:salute malferma. Muto,mi lasciava fuori,cosi che restassi vacanza.
Le radure pensate a colori,sbiadiscono in buio,dove si caccia la disperazione. Mauro, mi fa nota atroce realtà. Giuseppe,naif,carnale,disonesto,traditore. Sistematico filosofo del carpediem.Avanza richieste estreme,logiche, senza giri di parole. E il tabù. Non si mostra,preferisce farsi ritrarre da sani, animali istinti,contando sull’idea che ciò possa e debba bastare ad una donna. Non basta a me, sparirà ai miei ritorni. Antonio,un boa,serpente sonnecchiante,privo di motivi. E’ una boa inane,che neanche se stesso sa circumnavigare. Rassegnato guarda passivo le sventure su cui s’appisola. Sono una buona occasione o solo una che lascia il tempo che trova? Antonio ama crogiolarsi nel proprio ammainato. Flebili guizzi di virile spinta, lo inducono ad un incontro, presto saltato,la sorella lo reclama ad ogni pasto. Un pendolare fra chi è e ciò che vorrebbe essere. Sfinito,non ama interferenze,sparisco. Luca docente partenopeo verace,vuole carpire,saziare mille voglie di sesso scanzonato. Mi dà del “capo”,che coniuga bene intelletto ed alcova. Alto, biondo,occhi verdi,aspetto apollineo,smentito subito da pancetta ,reo confesso di ginnastica da tavola e letto. Raffinato spezza le sue lance,su matrimoni traballanti e indissolubili,che resistono grazie a questi circuiti.”Marinerà” la scuola per me. Le antiche marachelle da scolaro negligente, non saranno cancellate da laurea e cattedra. Lucignolo, ancora verso il Paese dei Balocchi. Maurizio è le mie memorie. Coetaneo disperato. Affamato. Ci incontriamo presto. Auto lucida,meta collinare,tramonto in assetto. Silenzio implacabile a ogni tentativo di parola. Aleggia l’ubbidienza di lui. Che ha appreso facile equazione. Sono salita,sono consenziente. Ma s’alza un muro. Sono il passato,l’infanzia,le sensazioni, i ricordi. Non amante. Il ritorno è nostro alleato,sciolto,caldo di lampioni e confidenze,sono specchio. Non lo sentirò più, ma ho re incontrato un tempo, come comune amico.


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Sàlvati

Se ne stava sdraiata sulla sua barca e il vuoto tra la punta del suo naso ed il cielo la inquietava terribilmente. Pensava che se fosse stata un uccello non avrebbe volato molto in alto, e se fosse stata un pesce non sarebbe mai venuta troppo a galla.
Improvvisamente sentì il gelo penetrarle nelle ossa. Aveva il corpo freddo, di quel freddo gelido che taglia, e si sentiva tagliare le gambe, come se delle forbici le trapassassero la carne. Fu un istante, l’attimo in cui si accorse che non erano tanto le sue gambe a staccarsi, ma era lei a staccarsi dalla vita. Questo non le dispiacque affatto.
Era l’attimo in cui tutto si solidifica, rimane intatto e immutato, niente cambia, l’attimo in cui la certezza per la prima volta si impossessò di lei, e comprese improvvisamente che la sua vita era tutta lì.
Lì tutto è fermo, lì il gelo delle sue gambe martoriate trovava riposo, lì avrebbe trovato rifugio. Come quando da piccola rubava le albicocche del contadino e si nascondeva dietro l’aratro con suo fratello. Lui sì che era in pace adesso, sotto la terra.
Così si trovò improvvisamente in quel posto, e per la prima volta nella vita si sentì a casa. Era investita dallo splendore, la bellezza aveva invaso i suoi occhi e lei non aveva più domande ma solo risposte, era completa, era di nuovo intera.
Adesso era arrivata.
Era così stordita ed affascinata che le arterie non trasportavano più sangue al cuore ma l’incanto sublime di una dimensione nettamente superiore all’immaginazione, perché la fantasia è in qualche modo legata alla realtà, invece ciò che vedeva era estraneo ad ogni forma di rappresentazione terrena.
Adesso sapeva dove si trovava.
Non aveva più il suo corpo, o meglio non aveva più un corpo. Ma riusciva a vedere. Inaspettatamente sentì una voce.
“Sàlvati.”
Eva d’un balzo riottenne la sensazione del tatto e sentì il bisogno di respirare.
Aprì di scatto gli occhi, perché adesso li aveva, e aveva anche una bocca e due mani.
Le scosse.
“Ha le gambe spezzate, subito in sala operatoria.”
D’un tratto Eva non era più affascinata, non era più completa e non era più intera.
Anzi, aveva due gambe spezzate.
Ricordò la fuga in barca, la pioggia e la caduta in mare. Ricordò che sentiva un gelo improvviso che le penetrava le ossa. Ricordò di essere stata spaventata, come quella volta vicino al letto del fratello, come quando si era resa conto di essere ormai, come quando era stata logorata dal senso di colpa.
Come tutte le altre volte.
La solita paura di sempre.
E adesso si trovava in un ospedale a quanto pareva. Non sentiva più niente, se non un forte mal di testa. Mentre la trasportavano sulla barella i medici parlavano ma non era in grado di ascoltare. Capì di essere viva, e si stupì di esserne felice.
A Eva era stata data l’opportunità di salvarsi, o forse si era salvata da sola.
Era stata 14 ore senza conoscenza, nell’acqua gelida, ma senza annegare.
Qualcosa in lei era cambiato.
Adesso se ne sta sdraiata sulla sua barca e il vuoto tra la punta del suo naso ed il cielo la affascinava terribilmente. Pensa che se fosse un uccello volerebbe in tutte le direzioni per cercare di scoprire tutte le potenzialità del suo volo, e se fosse un pesce verrebbe spesso a galla, per vedere il mondo da una diversa prospettiva.


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Scrivere

Aveva tra le piccole mani il foglio di quaderno strappato. I segni della penna le stavano parlando e lei ascoltava. Faceva scorrere gli occhi appoggiandoli sul tracciato d'inchiostro e muoveva le labbra in una cantilena respirata che solo lei conosceva. Fino alla fine della riga. E poi la riga sotto. Sbatteva le ciglia e sospirava come di fatica. E ricominciava a parlare con suoni e segni e pensieri. Bei pensieri. Come suggeriti dagli angeli. Non si accorse della nonna che le si mise accanto.
"Hai strappato il foglio dal mio quaderno... perché?" le chiese solo per curiosità, senza minaccia.
"Dovevo leggere" rispose sbattendo le ciglia e sospirando per la fatica.
La nonna annuì.
"E' solo la lista della spesa, vedi?" e puntò il dito su di un segno panciuto per metà, quella superiore.
"Che lettera è questa?"
"P" rispose pronta con un sorriso di dentini candidi.
"Sì, è il pane" e poi c'era la L per il latte e la U per le uova, una sotto l'altra, tutto elencato in ordine verso la fine del foglio.
"Nonna, scriviamo?" e sperava che lei non le dicesse "dopo" o "più tardi" perché aveva proprio tanta voglia di scrivere adesso.
La nonna se la mise in braccio e prese una penna e aprì il suo quaderno.
"Cosa scriviamo?" le chiese all'orecchio, guancia contro guancia, mentre lei appoggiava la manina sopra la mano della nonna che impugnava la biro.
"Una storia, nonna"
"Va bene..." e la nonna sillabò piano le prime lettere, guancia a guancia lei poteva sentire i pensieri suoi e quelli della nonna unirsi e poi in un filo sottile andavano a finire saltellando sulla C e poi sul segnetto sopra ‘ e poi sulla e...
"C'eeeeer... aaa... uuuu... nnn... aaaa..." la voce della nonna era soffice mentre si univa al suo sospiro di fatica.
Guardava un po' la sua mano sopra quella dalle lunghe unghie indurite dalla vita, e un po' i segni riempiti dalla voce roca di sigarette senza filtro.
"Nonna... " e doveva proprio chiederglielo che dentro il cuore le batteva forte forte "... Nonna... ma quando posso scrivere io?"
E la nonna le disse, ancora una volta, che tra tre anni (e sembrava tanto tempo anche se tre viene subito dopo l'uno e il due e se non sei svelta non riesci a nasconderti bene e al tre rimani scoperta e ti tocca stare a te sotto e cercare poi gli altri) sarebbe andata a scuola e lì avrebbe imparato a scrivere.
"Ma... tutto tutto Nonna?" doveva proprio sapere
"Tutte le storie, tesoro, tutte le storie che vuoi" e poi le diede un bacio sulla tempia e ritornò alla macchina da cucire.
La piccola mano si sentì vuota d'un tratto. Aggrottò le sopracciglia e guardò la biro.
"Nonna... non mi sporco lo prometto" e guardò di sottecchi verso la macchina da cucire che faceva troppo rumore e la sua vocina ne era sommersa.
Prese la biro e la puntò sul foglio. Un segno ad arco, incerto e fragile.
"C'eeeeeeeraaaa uuuunnnaaaa vooooolttttttaaa..." sillabò con le labbra a cuore.
E sospirò dalla fatica.


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Sic itur ad astra

Si dice che, una volta imparato, non si dimentichi più, ma mentre inforcavo la mia fedele Olandese bianca, nutrivo qualche dubbio in proposito. Da troppo tempo l’avevo lasciata in garage, avvolta nella ragnatele della pigrizia.
Le mie gambe, però, dopo la prima pedalata, un po’ stentata – come quella del bimbo a cui hanno appena tolto i ruotini – si sono arrese alla forza atavica dei pedali. A quel punto i miei occhi, due granelli di polvere, furono aspirati dal cielo che sembrava un vestito di seta blu, tempestato di swarovski.
La luna, come uno spicchio di limone appoggiato sul bordo del cielo zuccherato di astri, invitava a sorseggiare il suo chiarore che lastricava d’argento il sentiero.
In quell’atmosfera il buio non mi faceva paura, anzi sembrava spostarsi per farmi accomodare a casa sua.
Aveva organizzato tutto Luca: un’escursione in bici lungo il Po, la notte di S. Lorenzo.
La sua mano sicura si appoggiò al mio manubrio e con un cenno mi invitò ad imitarlo nel gesto antico di chinarsi all’indietro con la mano destra brancolante a spingere il bottoncino.
Lieta feci scattare il docile assenso della bottiglietta di latta, che si inchinò verso la ruota, e mi lasciai stupire da quel fascio di luce gialla di lucciola che si accese.
Poi quel fru fru, familiare, rassicurante. Il rumore della dinamo, un suono che la mia memoria aveva custodito, quasi un linguaggio con cui la mia centrale elettrica personale sembrava salutare al suo passaggio i grilli e le cicale nascosti ad esibirsi in anfiteatri di spighe e ortiche.
A tratti il respiro del fiume, che come uno specchio imprigionava le stelle in fotogrammi sempre diversi, inghiottiva ogni altro rumore.
Solo il campanello della mia bici emetteva qualche gridolino di gioia quando la ruota incappava in una buca.
Nella golena le case dormivano, vecchie e stanche; di alcune era rimasto in piedi solo il camino, come il monumento commemorativo al valore della famiglia.
Qualche falena, come un’etualle della scala, attraversava la luce del fanale.
Non dicevamo nulla, le emozioni avevano sequestrato anche il nostro vocabolario più elementare.
Dall’altra parte della sponda, un fuoco acceso e ombre intorno armate di chitarra e salsicce.
L’umidità appiccicava i capelli alla fronte e il venticello leggero cercava di riparare a questo misfatto come una mamma ricorre il suo piccolo un po’ dispettoso.
Di lontano la città chiusa nella sua aureola di luce artificiale.
Nell’aria si percepiva quello che io definisco l’odore di fogli caldi di copisteria, l’odore della terra e dei sassi quando si liberano dell’afa accumulata durante il giorno.
Ecco una piccola ansa in cui fermarsi. Il cavalletto della mia Olandese si lamentò rumorosamente.
Ci sedemmo sulla coperta blu. Abbracciati. Un ranocchio come una molla saltellava vicino a noi. Quelli sulla luna non erano più crateri, ma occhi e bocca. L’odore verde dell’acqua saliva come l’aroma della caffettiera quando brontola.
Il Po scorreva orgoglioso sotto di noi e come un tapiroulant si portava via tutto, perfino le preoccupazioni.
Mentre Luca mi indicava l’Orsa Maggiore, un lapillo di stella attraversò l’orizzonte scuotendo la sua criniera iridescente. Tutte le altre stelle per un istante sembrarono pulsare più intensamente, come in un applauso in codice Morse.
Esprimere un desiderio? Non potevo chiedere di più. Forse un bacio che arrivò puntuale mentre le canne intorno a noi si appoggiavano, le une alle altre, a farsi di gomito come fanno gli amici di fronte alle effusioni della coppietta del gruppo.
Sic itur ad astra. Così si sale alle stelle (Virgilio, Eneide, IX, 641)


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Solo formiche

Carlo era in camera sua a giocare con le costruzioni. Costruiva ponti, incastrando parallelepipedi di plastica colorata.
Due camere più in là, un uomo e una donna. In mezzo, una tensione da cartone animato giapponese, con la corrente che viene fuori dagli occhi e sfrigola a mezz'aria. “Sei l'uomo peggiore che abbia mai incontrato”. “Tu la più cogliona, visto che 'sto stronzo te lo sei sposato”. A lei bruciava la faccia. A me la gola e l'esofago, la mano. Come se invece di averla sbattuta contro la sua faccia, l'avessi infilata in un secchiello pieno di cocci di vetro.
Finita l'era delle sceneggiate e dei vicini che bussano per chiedere se va tutto bene, avevamo imparato a dosare l'odio, a dirci cattiverie a bassa voce. Tutti i rapporti evolvono. Il nostro era evoluto verso l'odio reciproco. Col Primitivo di Manduria in circolo, a rincorrere molecole di metanfetamina, c'era poco da ragionare.
“Mi fai schifo, non mi piace niente di te”.
Sorrisi, soffiai fuori un po' d'aria: “Non m’interessa piacerti. Me ne vado”.
“Provaci e ti uccido”. Saltò dal divano, chiuse la porta di casa con tre mandate, s’infilò le chiavi nella tasca posteriore dei jeans, guastando il profilo morbido del suo sedere.
Mi avviai verso la finestra, sfidandola con lo sguardo. Guardai di sotto, sul prato c’era un tappeto di formiche. Un metro e mezzo potevo pure saltarlo. Mi afferrò per un braccio, lo strinse con tutta la forza.
“Lasciami il braccio o ti meno”. Scandivo male le parole, cercavo di darmi un contegno. Eravamo in onda, protagonisti del reality show di prima serata. Dovevo fare le mosse giuste, o il pubblico mi avrebbe punito col televoto.
“Non fare piazzate, dammi le chiavi e fammi uscire”.
“Te le scordi”.
La spinsi contro il muro, le infilai la lingua in bocca, premevo il mio corpo contro il suo, mi lasciò fare. Con una mano le tenevo i polsi dietro la schiena, li aveva sottili come quelli di una bambina. Con l'altra le accarezzai la gamba e il sedere. Era bello sentire la stoffa aderente dei suoi jeans sotto il palmo. Quello che pochi minuti prima era arrivato al suo viso con un rumore di elastico che sbatte contro la carta. Provai a sfilarle le chiavi dalla tasca, se lo aspettava, mi assestò una ginocchiata tra le gambe. Un movimento secco, preciso. L'amai mentre cadevo. E anche dopo, mentre mi contorcevo per il dolore sul tappeto, cercando di respirare profondamente.
Pensa Zen. Sei in onda. Non fare facce che non piacciono al pubblico. Ricordati del televoto. Se vogliono ti cacciano via.
Laura si è seduta su di me, impugnando Sergio per le gambe. Me lo aveva regalato lei per il mio compleanno. Una statua tribale, pesante e brutta come la malaria, ribattezzata con quel nome da impiegato postale dal nostro bambino.
“Se mi uccidi andrai in nomination. Il tele voto non perdona”.
La osservo scoprire i denti mentre solleva Sergio fin dietro la sua testa, poi la luce blu.
Dodici milioni di formiche che assalgono il mio corpo, un ponte dai colori vividi di bambino, che unisce Napoli alla Sardegna. Carlo con un elmetto giallo in testa. Le paste di mandorla, lo spumante, le strette di mano.
Finalmente il taglio del nastro. Il pubblico in studio che aspetta in silenzio. Una voce di donna che chiede il collegamento: “Sono arrivati i risultati del televoto: sei stato nominato”.
“Bella giornata del cazzo”, sussurro.
Carlo è sulla porta, ci guarda.
Poi più niente. Solo formiche.


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 Oggetto del messaggio: Re: Indice racconti in concorso VolanZine n°10
MessaggioInviato: gio gen 14, 2010 3:53 am 
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Solo tre minuti

Vieni? – aveva chiesto, timidamente – Solo tre minuti - aveva risposto con voce ammantata di palpabile fastidio. Lei cominciò ad attendere quietamente, mentre il profumo di melanzane inondava la cucina.
Il tempo scorreva puntuale. Albe luminose inseguivano fantasmi di temporali notturni.
I figli chiedevano: - Dov’è papà? – Verrà tra tre minuti – disse loro dolcemente.
La maggiore, impaziente, comprò uno sfarzoso abito da sposa e volle subito celebrare le nozze. - Tanto papà viene tra tre minuti – esclamò spumeggiante.
Venne l’inverno. Lei non sentì freddo, avvolta com’era nell’ampia trapunta di sogni e speranze.
Tangente di 0 è 0, tutte le corde valgono 2 r seno di X… I valori annullano la derivata – sentenziava il Figlio matematico – Questo papà lo sa bene - continuava – Ma tu non capisci niente – Lei annuiva sorridendo e gli chiedeva di ripeterlo a papà, tra tre minuti appena.
- Si – borbottava il Signore delle Formule – 4/3 di ∏ r3… Come fai a vivere senza capire che la derivata è, in un punto, la tangente alla funzione, tu che sei per metà ignorante e per metà deficiente…- Lei gli rivolse uno dei suoi ampi sorrisi e lo rassicurò: papà, tra tre minuti, avrebbe capito tutto.
Tornò ancora la primavera. Annunciata dalle foglioline tenere dei pioppi.
Poi venne anche l’autunno. Il vento discuteva animatamente coi rami dei platani e faceva singhiozzare i piccoli ibiscus.
Sui suoi capelli si era posata una polvere bianca; il volto un ricamo di mille rughine intrecciate.
Intanto l’altro figlio divenne un Principe tenebroso, con una spada fatata capace di sciogliere i nodi impossibili e di uccidere tutti i draghi malvagi. La ospitò per lunghissimo tempo nel suo castello, colmo di fiori e di cuccioli.
Lei aveva viaggiato, stirato, narrato, bevuto, arato, dormito. Aveva amato, d’amore diverso, diversi amori. Un uomo la chiese in sposa. – Ma ho già un marito, che verrà tra tre minuti – obiettò gentilmente. – Vuol dire che le nostre nozze dureranno solo due minuti – insistette con voce ferma e gentile il signore d’altri tempi – aspettavo da sempre una dama dagli occhi di cerbiatto…
Fecero in tempo a partorire 21 minutissime creature, e poi ancora quattro che parlavano lingue straniere. Lei le allevò, le curò, le vegliò: finchè divennero vigorose e ciarliere e vissero senza l’acqua del suo amore, forti delle proprie radici, girovagando sicure per il vasto mondo.
Allo scadere dei due minuti, il gentiluomo prese delicatamente commiato: - Grazie – le disse con occhi premurosi – Non c’è di che – ricambiò lei con l’ombra di un sorriso.
Infine divenne uno specchio: in lei si specchiavano amanti, uccellini dalle ali ancora tenere, gocce di acqua stanche del viaggio, passanti che mormoravano piano, panettieri nerboruti.
Finchè una sera, mentre avvolgeva altri gomitoli di soffice lana e imbastiva costumi per un nuovo saggio di danza, lui tornò. Serenamente distratto
“Però… mi sembri un po’ diversa” – esclamò guardandola fugacemente, mentre già si preparava a uscire di nuovo. Precisando che sarebbe tornato fra tre minuti appena.
Lei indossò uno dei migliori volti possibili e gli donò il più luminoso dei sorrisi. E via per le scale: “Dove vai, a quest’ora … - le chiese svogliato – “Solo due passi”, rispose chiudendo pian piano la porta. Tornava a casa, nella sua nuova luccicante dimora: in via Lattea, n.∞.


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 Oggetto del messaggio: Re: Indice racconti in concorso VolanZine n°10
MessaggioInviato: gio gen 14, 2010 3:56 am 
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Tempesta

Quando alla fine giunsi in città, mi recai a vedere il porto, barcollando per la via cosparsa di sabbia e d’alghe e di chiazze volanti di spuma. Era una tenebrosa confusione, qua e là chiazzata di un colore come il fumo di un combustibile umido, di nubi sospinte e sbattute nei cumuli più strani, e tra queste nuvole la luna pareva tuffarsi a capofitto, come se avesse smarrito la via e fosse atterrita. Tutto il giorno c’era stato vento, e si rinforzava con un frastuono assordante. Un’ora dopo, era molto aumentato nel cielo più coperto, e spirava gagliardo. Ma, avanzando la notte e addensandosi le nubi per tutto il cielo, allora nerissimo, il vento si mise a soffiare sempre più forte. Rapidi rovesci di pioggia scrosciavano davanti alla burrasca come turbini d’acciaio.
Via via che lottando mi avvicinavo al mare, da cui questo vento gagliardo soffiava dritto sulla spiaggia, la sua forza si faceva sempre più tremenda. Molto tempo prima che vedessi la distesa d’acqua, avevo i suoi spruzzi sulle labbra e mi avvolgeva una pioggerella salsa. Le onde erano in subbuglio per miglia e miglia nella piatta campagna adiacente la spiaggia, e ogni stagno e pozzanghera assaliva le proprie sponde e aveva la forza di piccoli frangenti che mi venivano incontro minacciosi.
Quando fui in vista della spiaggia, le onde all’orizzonte, apparse a intervalli sullo sconvolgimento dell’abisso, erano come barlumi di un’altra sponda. Il mare terrificante poi, nella confusione del vento accecante, dei sassi e della sabbia volanti, e del tremendo frastuono, mi sbalordì. Le alte muraglie d’acqua, giungendo rotolanti e, al punto culminante, rovesciandosi a risacca, avevano l’aria che la più piccola volesse inghiottire la città. Quando l’onda di deflusso scorreva via con un rauco muggito, pareva scavasse profonde caverne nella spiaggia. Colline ondeggianti diventavano vallate, vallate ondeggianti s’innalzavano a formare colline; ammassi d’acqua s’infrangevano e facevano tremare la spiaggia con un rimbombo tonante; ogni forma veniva avanti tumultuosamente non appena apparsa, per poi cambiare forma e posizione e scacciare le altre; la sponda immaginaria all’orizzonte, con le sue torri e le sue case, s’alzava e ricadeva; le nubi volavano rapide e dense. Mi pareva di assistere a un lacerarsi e a un erompere di tutta la natura.


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