Per una definizione di “poesia" - Patrizia Valduga

Martedì 08 Maggio 2012 16:58 amministratore
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Per una definizione di “poesia  Patrizia Valduga

Tutti i versi che ho scritto, da vent’anni a que­sta parte, sono in forma chiusa: sonetti, madri­gali, sestine, ottave, ter­zine dan­te­sche, distici, ser­ven­tesi clas­sici e, ulti­ma­mente, quartine.

Se vent’anni fa qual­cuno mi avesse chiesto:“Perché quest’ossessione della forma?”, avrei risposto:“Perché sono una per­sona sen­suale, incline al pia­cere dei sensi, e soprat­tutto a quello dell’udito”. Per­ché il pia­cere che dà una ripe­ti­zione  ordi­nata di suoni e di ritmi è un pia­cere sen­suale. Per­ché la poe­sia è canto, e “incan­ta­mento”, aiuta per­sino a respi­rare bene. Infatti, sulla base della sua strut­tura fonico-sintattica, ogni lin­gua ha gene­rato un suo verso di ele­zione, che per l’italiano è appunto l’endecasillabo. C’è da aggiun­gere che que­sto pia­cere include il pia­cere della tra­sgres­sione ludica (che include il pia­cere della tra­sgres­sione logica), che dà il modo regres­sivo e infan­tile di trat­tare la lin­gua: la poe­sia, come l’inconscio, lotta con­tro “l’arbitrarietà del segno”, e fa diven­tare regola e norma il paral­le­li­smo omofonia-omosemia.

Se oggi mi venisse fatta la stessa domanda, risponderei:“Perché sono una per­sona reli­giosa”. Dirò bre­ve­mente il per­corso che credo di aver com­piuto; e quello che ho impa­rato, che so e che sono.

I. Negli anni dell’università, gra­zie alle lezioni di Fran­ce­sco Orlando, ho cono­sciuto Igna­cio Matte Blanco, ormai con­si­de­rato il più grande teo­rico della psi­ca­na­lisi dopo Freud; ho impa­rato che l’inconscio non è un tipo di psi­co­lo­gia, ma un tipo di logica; cha la logica razionale-aristotelica è solo “un caso di dispie­ga­mento o dimi­nu­zione o espres­sione di una sol­tanto delle mol­te­plici poten­zia­lità dell’altro e più com­pren­sivo modo di pen­sare” che è l’espressione dell’”essere sim­me­trico”, dove due sono i prin­cipi fon­da­men­tali: il prin­ci­pio di gene­ra­liz­za­zione (l’inconscio tratta la classe e non l’individuo) e il prin­ci­pio di sim­me­tria (l’inconscio tratta ogni rela­zione come iden­tica alla rela­zione inversa). L’essere sim­me­trico è un modo di essere in cui la realtà è vis­suta coma una tota­lità omo­ge­nea indi­vi­si­bile, “è l’immensa base da cui emerge la coscienza spazio-temporale”, “e la sola fon­da­men­tale realtà dell’uomo”.

In un con­ve­gno su “poe­sia e scienza” orga­niz­zato dal Fondo Pier Paolo Paso­lini, Igna­cio Matte Blanco ha defi­nito il poeta in que­sto modo: “il grande por­ta­tore dell’emozione”, e l’emozione altro non è che “lo sta­bi­lirsi di una rela­zione sim­me­trica”, dun­que for­te­mente cari­cata di que­sto modo indivisibile.

Dalla poe­sia come incan­ta­mento  sono arri­vata alla poe­sia come “pen­siero emo­zio­nato” o “emo­zione pen­sante”. Pen­siero e emo­zione diven­tano una sola cosa, la stessa cosa, attra­verso la forma, attra­verso il lavoro sulla lin­gua: il poeta è lo scien­ziato della parola come pensiero-emozione, e la sua gran­dezza è diret­ta­mente pro­por­zio­nale alla quan­tità di pensiero-emozione che rie­sce a fis­sare  nel lavoro for­male. E sono pas­sata dai baroc­chi, dalla pas­sione per lo sca­te­na­mento figu­rale del Cinque-Seicento, a Pascoli, all’apparente sem­pli­cità del canto (che non esclude affatto la plu­ra­lità del senso).

Pascoli mi ha inse­gnato anche a non ver­go­gnarmi dei sentimenti.

II.Di Tadeus Kan­tor, a mio parere il più grande uomo di tea­tro del secolo, vor­rei ricor­dare que­ste parole: “Se un giorno si com­pri­messe il nostro tempo solare, nulla ci potrebbe pro­teg­gere dalla vista dell’eternità e della morte, ovvero gra­tuite ripe­ti­zioni della quo­ti­dia­nità”. Ecco che l’arte affonda le sue radici nei ter­ri­tori del sogno, della morte e dell’eterità: la vita che è pas­sata, che è morta, ci attira, vuole essere sal­vata dalla distru­zione dell’oblio e della morte. Ma non si può ripe­tere il pas­sato, non si può com­pri­mere il tempo impu­ne­mente: biso­gna pagare il prezzo di una pri­gio­nia. “La pri­gione si può avvi­ci­nare all’opera d’arte, come cor­ri­spon­dente del rituale della morte e della sepol­tura, come estra­neità e sepa­ra­zione dalla vita”.

Dun­que la forma è una pri­gione che piega il pen­siero alla sua logica “anti­lo­gica” e tor­tu­rante, e che mette in atto una dif­fe­ren­zia­zione irre­vo­ca­bile e asso­luta del lin­guag­gio (dif­fe­ren­zia­zione dal suo uso razio­nale e uti­li­ta­rio, e da quella sorta di oscena con­fes­sione di massa che è il mondo di oggi, con le sue parole in libertà): la parola diventa ine­lut­ta­bile e inso­sti­tui­bile e si rica­rica di ener­gia seman­tica (anche le parole si amma­lano e muoiono).

Ma la pri­gione della forma è insieme la più alta forma di libertà, per­ché è con­tro l’univocità del senso e con­tro la scis­sione dell’essere. La poe­sia è allora “cono­scenza com­pleta” per­ché in lei sen­tire e capire sono una e la stessa cosa.

A que­sta altezza posso situare la sco­perta di Man­zoni poeta, che tanto la scuola mi aveva fatto odiare, e la razio­na­liz­za­zione della mia anti­pa­tia per Leopardi.

III.Nel ’91 ho chie­sto a Jac­ques Derrida:“Come si fa a non avere paura della morte?” “Non ho che una rispo­sta: la scrit­tura. La scrit­tura è ‘iscri­zione’, trac­cia per la soprav­vi­venza, indi­riz­zata all’altro; trac­cia da cui mi posso assen­tare e che quindi mi signi­fica la mia assenza, la mia morte, ma insieme mi dà a pen­sare ciò che è così com’è, senza di me”.

La poe­sia allora può essere resi­stenza alla morte, ma per­ché si avvi­cina il più pos­si­bile alla morte, è espe­rienza della morte.

E sono arri­vata alla mia ultima defi­ni­zione: la poe­sia è “espo­si­zione rituale alla morte”. L’imprigionamento delle parole è l’imprigionamento della vita: la sospen­sione, il con­ge­la­mento della vita per affer­mare e sal­vare la vita. Se sacri­fi­care signi­fica ren­dere sacro met­tendo a morte, la poe­sia sacri­fica la vita, la rende sacra attra­verso il rito della forma che la espone alla morte.

IV. La poe­sia, nata come canto di pre­ghiera, corale, col­let­tivo, adesso non è che un pic­colo rituale tera­peu­tico, indi­vi­duale, personale.

Smet­te­rei di scri­vere versi volen­tieri e subito. Ma con­ti­nua a for­marsi di tanto in tanto in me una sorta di ingorgo psi­chico che riven­dica la sua espres­sione e pre­tende il suo scio­gli­mento: scrivo per non ammat­tire. Non so mai quale sarà il con­te­nuto dei miei versi. So che per ognuno di que­sti ingor­ghi devo cam­biare forma metrica: per non imi­tare me stessa, per rischiare di più, er avvi­ci­narmi di più alla mia paura, per poter dire non quello che vor­rei dire, ma quello che devo dire. Così mi metto di fronte alla mia paura, per rag­giun­gere il mas­simo della paura, per non diven­tare altro che paura e non aver più paura, per qual­che giorno, almeno.

 
da “Patri­zia Val­duga, Quartine-seconda cen­tu­ria”, Einaudi 2001.

 

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