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Quando mio fratello è morto io avevo diciassette anni. Lui ne aveva ventitre.
È morto con la moto. Era una moto bellissima e lo avevo invidiato con tutta la mia anima. Se l’era comprata con i primi soldi guadagnati mentre frequentava l’università. Aveva quasi finito gli esami e intanto lavorava nello studio di un architetto.
Lui lavorava, guadagnava, studiava e riusciva in tutto. Io ero stato già bocciato due volte e nemmeno i miei capelli erano uguali ai suoi, lui li aveva che le ragazze ci infilavano le mani dentro. I miei sembravano stecchini con le bandierine infilate in un melone.
Fu mio padre a dirmelo. Mentre mia madre urlava nell’altra stanza. Aveva gli occhi viola ma non gli usciva neanche una lacrima. Mi abbracciò e mi disse che Marcello aveva avuto un incidente e che non ce l’aveva fatta. In effetti era molto sul colpo, il casco si era addirittura spaccato a metà.
Fu una cosa strana. Fu strano perché la prima cosa che provai non fu dolore ma una specie di senso di rilassatezza. Sentivo le grida di mia madre, le braccia di mio padre che sembrava volesse stritolarmi e io che non soffrivo. Ricordo che pensai al letto, a dove avrei potuto spostarlo ora che ero solo. Mi vennero in mente i suoi dischi, quelli di cui era tanto geloso.
Provai a dire qualcosa, sapevo che avrei dovuto dire qualcosa ma non sapevo qual era la cosa giusta da dire. E rimasi lì, con le braccia lungo i fianchi, in balia del dolore che si era incollato per sempre sopra i muri di quella casa, tra le fessure dei pavimenti, tra i riflessi dei vetri, nei cigolii delle maniglie di porte che non avrebbero più fatto lo stesso rumore, che non si sarebbero più aperte nello stesso modo. Il dolore, quello che si appiccica come lenti a contatto. Le avevo viste negli occhi di mio padre e avevo paura di vedere la consistenza di quelle incollate in quelli di mia madre. Quelle lenti da cui avrebbero dovuto guardare il mondo per il resto della vita.
Poi pensai che era domenica. Mentre ero lì, ancora muto nella disperazione di quel posto. E mi venne in mente la canzone sparata sempre al massimo del volume quando mio fratello metteva su quel disco. Sunday Bloody Sunday si intitolava, raccontava di tutta un’altra cosa ma io ancora non lo sapevo e sul momento, pensai che mio fratello aveva fatto tutto talmente per bene che si era scelto anche la canzone per morire.
Fra le braccia di mio padre arrivai dove i rantoli di mia madre si arrotolavano intorno ad ogni oggetto della casa. E intorno alla mia gola, dove la paura di affrontarla si era incastrata cominciando ad impedirmi di respirare.
Avrei voluto divincolarmi e scappare via, per tornare quando tutto fosse finito.
Ma sapevo che non sarebbe finito mai.
Quando mia madre mi vide urlò, se possibile, ancora più forte e mi si buttò al collo facendomi quasi cadere. Io ero lì, con una specie strana di rabbia che non riusciva ad andarsene. Avrei voluto urlare che ora rimanevo solo io, quello per cui i professori chiamavano preoccupati, quello che non sarebbe andato all’università e che forse non sarebbe arrivato nemmeno al diploma. Che non li avrebbe resi felici festeggiando i risultati raggiunti. L’altro insomma.
Certo, non posso mica dire che nessuno mi avesse mai detto qualcosa del genere. Ma certe cose si sentono, ti si concimano dentro fin quando sbocciano.
E quel giorno io l’ho capito, dottore. Ho capito che i miei genitori avrebbero sofferto troppo. Per sempre.
E io sarei restato per sempre quello rimasto, il peggiore rimasto. Non sarei mai stato in grado di alleviare il loro dolore. Ecco perché l’ho fatto. Voi mi avete rinchiuso qui come se fossi pazzo. Ma non lo sono. Ci ho pensato quattro anni prima di decidermi. Quando sono stato sicuro che il loro dolore non sarebbe passato mai più, l’ho fatto. Quando li ho uccisi, nei loro occhi c’era gratitudine. Già, la prima cosa fatta da me che li faceva veramente star bene.
Capisce dottore? Voi mi avete rinchiuso qui.
Ma non sono pazzo.
L'Altro di Guido Oliva
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