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-Corso di scrittura a Palermo-Nientetrucchi: due anni di percorso sulla narrativa d'invenzione 

Home Indice Capitolo 1 - Dignitosamente, la Parola.
Capitolo 1 - Dignitosamente, la Parola. PDF Stampa E-mail
Blog - Condivisione di esperienze vocali
Scritto da Attilio   
Lunedì 04 Maggio 2009 01:24

Come avrete sicuramente letto nella breve introduzione, i nostri incontri procederanno senza uno schema prefissato, sulla base di intuizioni che, volta per volta, mi sembreranno interessanti.
In mancanza di intuizioni interessanti, procederemo a casaccio.
Tanto per cominciare, sono diversi secondi che rifletto sulle tematiche da affrontare in questo primo capitolo.
In effetti, ci sarebbe da parlare genericamente della voce e fare qualche necessario accenno di anatomia.
Però, prima di tutto, voglio sottoporvi la lettura di un brano che ho trovato davvero bello e particolarmente appropriato per questo nostro primo incontro.
Si tratta di un estratto di “Underworld”, colossale opera di Don DeLillo, uno dei grandi della letteratura americana contemporanea. “Underworld”, è uno spaccato di Storia americana dal dopoguerra sino ai giorni nostri e narra le gesta di una palla da baseball.
S
eguendo questa pallina, cimelio di una famosa partita tra Giants e Dodgers, si attraversano gli Stati Uniti da una costa all'altra, immersi nelle divergenze etniche e culturali del popolo americano da sempre unito in un destino collettivo dominato dalla forza prorompente dell'immagine e dalla quantità industriale di rifiuti prodotti dalla società. In questo contesto, si inserisce la storia di Shay e nel brano seguente si narra un episodio della sua adolescenza. Il ragazzo sta parlando con il suo insegnante, Padre Paulus e, dopo una breve digressione sui metodi di insegnamento, si arriva in breve a parlare dell'importanza della parola.
Ma bando alle ciance e sentiamo; sentiamo cosa hanno da dirsi Shay e Padre Paulus.

 contributo video

– Talvolta penso che l’educazione che dispensiamo qui sia più adatta a un cinquantenne che ha capito di aver mancato il bersaglio al primo giro. Troppe idee astratte. Verità eterne a destra e a sinistra. Ti servirebbe di più guardarti una scarpa e nominarne le parti. A te in particolare, Shay, visto da dove vieni.
Questo parve rianimarlo. Si sporse sopra la scrivania e fissò, letteralmente, i miei stivali bagnati.
– Sono oggetti orribili, vero?
– Sì senza dubbio.
– Nominami le parti. Coraggio. Qui non siamo così ricercati, non siamo così intellettualmente chic da non poter esaminare uno studente faccia a faccia.
– Nominare le parti, – dissi. – D’accordo. Stringhe.
– Stringhe. Una su ogni scarpa. Procedi.
Alzai un piede e lo girai goffamente.– Suola e tacco.
– Sì, continua.
Posai di nuovo il piede a terra e fissai lo stivale, che mi parve inespressivo quanto uno scatolone chiuso.
– Procedi, ragazzo.
– Non c’è molto da nominare, le pare? Un davanti e un dietro.
– Un davanti e un dietro. Mi fai venire voglia di piangere.
– La parte arrotondata sul davanti.
– Sei talmente eloquente che devo fare una pausa per riavermi. Hai nominato le stringhe. Come si chiama il lembo sotto le stringhe?
– La linguetta.
– Be’?
– Il nome lo sapevo, soltanto che non l’avevo vista.
Padre Paulus fece il suo piccolo numero, buttandosi a corpo morto sulla scrivania e sussultando lievemente come se fosse in preda a una terribile angoscia.
– Non l’hai vista perché non sai guardare. E non sai guardare perché non conosci i nomi.
Tentennò il capo come per rimproverarmi aspramente, con un gesto teatrale, e si ritrasse dal piano della scrivania, lasciandosi cadere sulla sedia girevole e guardandomi di nuovo prima di fare un quarto di giro deciso e sollevare la gamba destra quel tanto che bastava perché il piede, o meglio la scarpa, trovasse una sistemazione sul bordo della scrivania, punta all’insù. Una normalissima scarpa da prete nera.
– D’accordo, – disse. – Suola e tacco li conosciamo.
– Sì.
– E abbiamo identificato la linguetta e le stringhe.
– Sì, – dissi.
Delineò con il dito una striscia di pelle che attraversava il bordo superiore della scarpa e scendeva sotto la stringa.
– Cos’è? – chiesi io.
– Dimmelo tu. Cos’è?
– Non lo so.
– È il risvolto.
– Il risvolto.
– Il risvolto. E questa sezione rigida sopra il tacco. Questo è il rinforzo.
– E questo pezzo a metà tra il risvolto e la striscia sopra la suola. Questo è il dorso.
– Il dorso, – ripetei.
– E la striscia sopra la suola. Quello è il guardone.
Ripetilo, ragazzo. – Il guardone.
– Lo vedi, come restano nascoste le cose di tutti i giorni? Perché non sappiamo come si chiamano. E l’area frontale che copre il collo della scarpa come si chiama?
– Non lo so.
– Non lo sai. Si chiama tomaia.
– Tomaia.
– Ripetilo.
– Tomaia. L’area frontale che copre il collo della scarpa. Credevo di non dover imparare le cose a memoria.
– Sono le idee, che non devi imparare a memoria.
E non prenderci troppo sul serio quando arricciamo il naso di fronte all’apprendimento a memoria. La ripetizione
a memoria aiuta a costruire l’uomo. E la stringa la fai passare attraverso che cosa? – Questo dovrei saperlo.

– Certo che lo sai. I buchi su entrambi i lati e sopra la linguetta.
– Non mi viene in mente la parola. Occhiello.
– Forse ti lascerò vivere, dopotutto.
– Gli occhielli.
– Sì. E il rivestimento metallico su ciascuna estremità della stringa?
Diede un colpetto all’oggetto in questione con il dito medio.
– Questo non lo saprei neanche tra un milione di anni.
– L’aghetto.
– Neanche tra un milione di anni.
– Il puntale o aghetto.
– L’aghetto, – ripetei.
– E il piccolo anello di metallo che rinforza il bordo dell’occhiello attraverso cui passa l’aghetto. Stiamo facendo la fisica del linguaggio, Shay.
– L’anellino.
– Lo vedi?
– Sì.
– Questa è la guarnizione, – disse.
– Oddio, ragazzi.
– La guarnizione. Imparala, conoscila e amala.
– Sto andando fuori di testa.
– Questa è la conoscenza arcana definitiva. E quando porto la scarpa dal calzolaio e lui la mette su una forma per fare le riparazioni, un blocco di legno a forma di piede. Come si chiama?
– Non lo so.
– Si chiama semplicemente forma da scarpa.
– Mi si sta spaccando la testa.
– Le cose di ogni giorno rappresentano la conoscenza più trascurata. Questi nomi sono vitali per il tuo progresso. Cose quotidiane. Se non fossero importanti, non useremmo una parola così splendida di derivazione latina. Ripetila, – mi intimò.
– Quotidiano.
– Una parola straordinaria che suggerisce la profondità e la portata del luogo comune.
(…)
Poi tornai nella mia stanza e mi liberai del giubbotto. Volevo cercare le parole sul dizionario. Mi tolsi gli stivali e lanciai il berretto sul lavandino. Volevo cercare le parole. Volevo cercare velleità e quotidiano e impararle a memoria, queste stronze di parole, una volta per sempre, impararne l’ortografia, la pronuncia, ripeterle ad alta voce, sillaba per sillaba – vocalizzare, produrre suoni vocali, emettere suoni, pronunciare le parole per quello che valevano. Questo è l’unico modo al mondo di sfuggire alle cose che hanno fatto di te quello che sei.

(brano tratto da “Underworld” di Don Delillo, traduzione di Delfina Vezzoli.)

 

Bentornati!

Vi siete ripresi di già dalla forte emozione che riesce a suscitare uno scritto così incredibile?

Quanto a me, mi ha sempre molto colpito, sin dalla prima volta che lo lessi. Forse perché faccio teatro da vari anni (sia pur a livello dilettantistico), forse perché mi sono spesso interrogato sulla forza della voce e sulla potenza delle parole.

Ed ecco, quindi, la conclusione delle mie elucubrazioni: ogni parola ha la sua dignità.

Nel mondo del teatro si usa credere che l'attore, pur avendo un'unica battuta, debba dirla come se fosse la battuta più importante dello spettacolo. Perché quella battuta è effettivamente la battuta più importante dello spettacolo.

Magari è solo una magra consolazione per l'attore che si è visto affidare proprio quella  particina da tutti evitata come la peste. È vero, però, che nel complesso di uno spettacolo, ogni battuta ha la sua dignità e deve essere, pertanto, pronunciata come se fosse la battuta più importante.

Lo stesso, a mio avviso, si può dire della singola parola.

Ogni parola è la più importante di tutte. Se così non fosse, non ci sarebbe bisogno di un vocabolario che contiene non so quante centinaia di migliaia di parole. Se così non fosse, non sarebbe stato necessario creare, inventare tutte le parole esistenti. E non sarebbe necessario continuare. Se lo si fa è perché se ne sente la mancanza, si avverte un vuoto, una lacuna da colmare: una lacuna che può essere colmata solo da quella specifica parola.

Guido Ceronetti, noto autore di teatro, ama sostenere che bisogna bene-dire la parola. Il concetto di benedire, che attualmente ha assunto il significato sacrale che tutti conosciamo, ha in realtà una radice ben precisa: bene-dire, ovvero dir bene ogni singola parola. Come dire che ogni parola ha la sua dignità e merita di essere bene-detta da chicchessia.

Vi sottopongo un'altra lettura.

Si tratta del monologo di Re Claudio nell'Amleto di William Shakespeare. 


Putrido è il mio delitto. Appesta anche il cielo. È l'antica e originaria maledizione: il fratello che uccide il fratello. Vorrei pregare, ma non posso, la colpa è più forte di me. E poi cos'è la preghiera? Un duplice mezzo, di prevenzione prima della caduta e di perdono dopo la colpa. Debbo guardare in alto. La mia colpa è passata. Si può essere perdonati e conservare il frutto di un crimine? In questo mondo corrotto il delitto può scansare la giustizia, ma lassù? Lassù l'azione si mostra così com'è, e noi siamo posti faccia a faccia con le nostre colpe per renderne conto. E allora che resta da fare? Il pentimento? Forse tutto è ancora possibile.
Le mie parole volano in alto, i miei pensieri restano quaggiù. E non bastano le parole per raggiungere il cielo.

 

“Non bastano le parole per raggiungere il cielo”: ci troviamo in un contesto altamente drammatico e completamente differente dal precedente, ma il concetto è lo stesso: le parole non sono solamente un contenitore, ma hanno un contenuto sostanziale che merita di essere svelato, che abbisogna di essere esternato. Un'intenzione, un fine e soprattutto una convinzione che fanno sì che le parole pronunciate non siano vuoti contenitori a perdere.

Vi consiglio ancora di rileggere il brano di Don DeLillo e di ripensare con forza a tutte le parole che vengono individuate da Padre Paulus per identificare una semplice scarpa.

C'è la suola e c'è il tacco; ci sono le stringhe, comuni a tutti; e poi ci sono parti meno comuni, meno usate perché meno osservate: la tomaia, l'occhiello, il puntale o aghetto. Tutte queste parti servono a identificare la scarpa. È questo il punto: parola è identificazione, parola è memoria storica, parola è conoscenza; la mancanza di parole è oblio e confusione.

Ora, ripensate con forza a quelle parole e visualizzatele all'interno del vostro stomaco e dallo stomaco portatele sino  in gola, ma non pronunciatele. Fate il percorso al contrario (dalla gola allo stomaco) e ripetetelo diverse volte.

Quando non potrete più trattenere la parola, lasciate che esca e ascoltatela. Pronunciatela dapprima flebilmente e poi sempre più forte; scandite le singole sillabe, pronunciate le singole lettere; giocate con le lettere e con la parola. Fate tutto questo, via via più velocemente, ma partendo sempre dalla visualizzazione della parola all'interno del vostro stomaco. Come viene scritta la parola “tomaia”? Immaginatela con le lettere in maiuscolo: TOMAIA. Ora in corsivo: tomaia. Immaginate che siate voi a scriverla, con la vostra peculiare grafia. Date un colore a questa parola: TOMAIA, TOMAIA, TOMAIA. Avvertitene le sensazioni che vi provoca: caldo?, freddo?, timore?, curiosità?, riso?, e provate a rendere queste sensazioni man mano che pronunciate questa parola.

contributo video

Non so perché ho scritto tutte queste cose sin da subito. In realtà si tratta di esercitazioni che avrei voluto farvi fare più in là con i nostri incontri, ma come vi ho detto sto procedendo per intuito e, ormai lo avrete capito, anche un po' a casaccio.

La finalità, però, di tutta questo nostro parlare, mi sembra chiara: dare dignità alle parole che si pronunciano attraverso un cosciente uso della propria voce.

Per oggi, mi pare che sia sufficiente.
Non so quando ci rivedremo. Ho detto cadenza mensile ma, insomma, non vorremmo fossilizzarci troppo sui tempi. In fondo abbiamo a disposizione una decina d'anni per diventare i nuovi Gasman. E si sa: la fretta è sempre cattiva giarrettiera.

A presto.

 



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Dylan   |2009-04-12 23:53:49
Caspita! Per un momento mi sono sentito come Shay: mi stava scoppiando la testa.
Ma è bello, sia il pezzo di Delillo che, soprattutto, quello del
bardo.
Forse anche un po' troppo per essere la "Prima lezione" ma è una cosa da seguire con attenzione.
C'è una bella FORZA Atti', la
parola Tomaia ha fatto su e giù.
Aspetto il contributo video
Sym   |2009-05-05 12:19:51
E dignitosamente io apprendo...
abonvi   |2009-05-05 13:33:36
Molto interessante. Le parole hanno un valore, una magia, una bene-dizione. In molte mitologie il mondo nasce come fiato-parola e quindi il
potere sul mondo si manifesta sciamanicamente nella ripetizione di certe parole. Anche nella tradizione giudaico-cristiana questo
accade ('In principio era il Verbo...' tra l'altro, uno dei pezzi di letteratura più potenti e meglio scritti di sempre).

Leggendo il
pezzo della descrizione della scarpa, mi viene anche in mente "Il partito preso delle cose" di Francis Ponge http://is.gd/wSpH in cui l'autore, attraverso descrizioni accurate di oggetti/situazioni, rincorre appunto la verità del reale "prendendo parte" per
le cose, stando dalla parte del reale. Molto belle e potenti.

Ma altrettanto spesso mi viene da riflettere sul mal-uso delle parole,
sul fallimento della parola, la male-dizione del parlare desiderando di comunicare e ottenendo fraintendimento e divisione. E' un
contrappasso interessante. Su questo ho anche scritto un romanzo-racconto lungo ("Come la pioggia").

Interessanti gli spunti
che dai, seguirò di sicuro i tuoi prossimi contributi.
christat   |2009-05-05 15:30:26
Sorprendente. Davvero bello questo Capitolo 1, con le letture, le considerazioni, i video.
Ho letto, guardato e ascoltato con grande appetito.
giovanni padrenostro   |2009-05-05 21:19:28
Ottimo lavoro!
Davvero!

Ho il libro di Don Delillo sul comodino.
Prima o poi lo leggerò.

Grande Gatsu!
milena   |2009-05-06 07:45:39
mi sono emozionata... ma che bello!
(grazie)
marysol   |2009-05-06 11:58:48
Le parole, la lettura a voce alta...che prelibatezze!!
E bravo il nostro chef!!
Rubra   |2009-05-08 02:26:26
E l'ho riletto due volte per capire ogni parola... ma... mi faresti un riassunto?
Mi piacerebbe avere una voce che incanta chi mi ascolta, mi
piacerebbe saperla usare per sapermi ascoltare meglio... mi piacerebbe che mentre ascolto vado oltre i tre metri sopra il cielo, visto che lì è già
occupato. Seguirò la tua voce per imparare a dare un senso più ampio alle mie intenzioni...
Good luck touch
Rubra HB

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