Lo sapevi?

  • Estratti da “La scrittura, un modo di perdersi in proprio di Erri De Luca
    Non è facile spiegare a qualcuno come si fa a scrivere, nessuno lo ha spiegato a me, per la semplice ragione che sono un autodidatta. Ho fatto molti anni nei cantieri, ho lavorato come operaio cominciando come manovale. Sono arrivato a fare il muratore, questa è la carriera in diciotto anni di quella vita, e nessuno mi insegnava niente. Nei cantieri non c’è qualcuno che ti dice come si fa, si guarda come fanno gli altri e piano piano impari. Da noi si dice «rubare con gli...
  • Intervista a Ernest Hemingway (l’arte della narrazione)
        Sono piacevoli le ore che trascorre scrivendo? Sì, molto. Potrebbe descriverci il modo in cui lavora? Quando comincia e se si attiene a orari precisi? Quando lavoro a un libro a un racconto comincio a scrivere la mattina, alle prime luci dell’alba. Non c’è nessuno che mi disturbi e poi fa fresco, talvolta freddo, così mi riscaldo lavorando. Leggo quello che ho scritto il giorno prima e siccome m’interrompo sapendo sempre quello che...

Per una definizione di “poesia  Patrizia Valduga

Tutti i versi che ho scritto, da vent’anni a que­sta parte, sono in forma chiusa: sonetti, madri­gali, sestine, ottave, ter­zine dan­te­sche, distici, ser­ven­tesi clas­sici e, ulti­ma­mente, quartine.

Se vent’anni fa qual­cuno mi avesse chiesto:“Perché quest’ossessione della forma?”, avrei risposto:“Perché sono una per­sona sen­suale, incline al pia­cere dei sensi, e soprat­tutto a quello dell’udito”. Per­ché il pia­cere che dà una ripe­ti­zione  ordi­nata di suoni e di ritmi è un pia­cere sen­suale. Per­ché la poe­sia è canto, e “incan­ta­mento”, aiuta per­sino a respi­rare bene. Infatti, sulla base della sua strut­tura fonico-sintattica, ogni lin­gua ha gene­rato un suo verso di ele­zione, che per l’italiano è appunto l’endecasillabo. C’è da aggiun­gere che que­sto pia­cere include il pia­cere della tra­sgres­sione ludica (che include il pia­cere della tra­sgres­sione logica), che dà il modo regres­sivo e infan­tile di trat­tare la lin­gua: la poe­sia, come l’inconscio, lotta con­tro “l’arbitrarietà del segno”, e fa diven­tare regola e norma il paral­le­li­smo omofonia-omosemia.

Se oggi mi venisse fatta la stessa domanda, risponderei:“Perché sono una per­sona reli­giosa”. Dirò bre­ve­mente il per­corso che credo di aver com­piuto; e quello che ho impa­rato, che so e che sono.

I. Negli anni dell’università, gra­zie alle lezioni di Fran­ce­sco Orlando, ho cono­sciuto Igna­cio Matte Blanco, ormai con­si­de­rato il più grande teo­rico della psi­ca­na­lisi dopo Freud; ho impa­rato che l’inconscio non è un tipo di psi­co­lo­gia, ma un tipo di logica; cha la logica razionale-aristotelica è solo “un caso di dispie­ga­mento o dimi­nu­zione o espres­sione di una sol­tanto delle mol­te­plici poten­zia­lità dell’altro e più com­pren­sivo modo di pen­sare” che è l’espressione dell’”essere sim­me­trico”, dove due sono i prin­cipi fon­da­men­tali: il prin­ci­pio di gene­ra­liz­za­zione (l’inconscio tratta la classe e non l’individuo) e il prin­ci­pio di sim­me­tria (l’inconscio tratta ogni rela­zione come iden­tica alla rela­zione inversa). L’essere sim­me­trico è un modo di essere in cui la realtà è vis­suta coma una tota­lità omo­ge­nea indi­vi­si­bile, “è l’immensa base da cui emerge la coscienza spazio-temporale”, “e la sola fon­da­men­tale realtà dell’uomo”.

In un con­ve­gno su “poe­sia e scienza” orga­niz­zato dal Fondo Pier Paolo Paso­lini, Igna­cio Matte Blanco ha defi­nito il poeta in que­sto modo: “il grande por­ta­tore dell’emozione”, e l’emozione altro non è che “lo sta­bi­lirsi di una rela­zione sim­me­trica”, dun­que for­te­mente cari­cata di que­sto modo indivisibile.

Dalla poe­sia come incan­ta­mento  sono arri­vata alla poe­sia come “pen­siero emo­zio­nato” o “emo­zione pen­sante”. Pen­siero e emo­zione diven­tano una sola cosa, la stessa cosa, attra­verso la forma, attra­verso il lavoro sulla lin­gua: il poeta è lo scien­ziato della parola come pensiero-emozione, e la sua gran­dezza è diret­ta­mente pro­por­zio­nale alla quan­tità di pensiero-emozione che rie­sce a fis­sare  nel lavoro for­male. E sono pas­sata dai baroc­chi, dalla pas­sione per lo sca­te­na­mento figu­rale del Cinque-Seicento, a Pascoli, all’apparente sem­pli­cità del canto (che non esclude affatto la plu­ra­lità del senso).

Pascoli mi ha inse­gnato anche a non ver­go­gnarmi dei sentimenti.

II.Di Tadeus Kan­tor, a mio parere il più grande uomo di tea­tro del secolo, vor­rei ricor­dare que­ste parole: “Se un giorno si com­pri­messe il nostro tempo solare, nulla ci potrebbe pro­teg­gere dalla vista dell’eternità e della morte, ovvero gra­tuite ripe­ti­zioni della quo­ti­dia­nità”. Ecco che l’arte affonda le sue radici nei ter­ri­tori del sogno, della morte e dell’eterità: la vita che è pas­sata, che è morta, ci attira, vuole essere sal­vata dalla distru­zione dell’oblio e della morte. Ma non si può ripe­tere il pas­sato, non si può com­pri­mere il tempo impu­ne­mente: biso­gna pagare il prezzo di una pri­gio­nia. “La pri­gione si può avvi­ci­nare all’opera d’arte, come cor­ri­spon­dente del rituale della morte e della sepol­tura, come estra­neità e sepa­ra­zione dalla vita”.

Dun­que la forma è una pri­gione che piega il pen­siero alla sua logica “anti­lo­gica” e tor­tu­rante, e che mette in atto una dif­fe­ren­zia­zione irre­vo­ca­bile e asso­luta del lin­guag­gio (dif­fe­ren­zia­zione dal suo uso razio­nale e uti­li­ta­rio, e da quella sorta di oscena con­fes­sione di massa che è il mondo di oggi, con le sue parole in libertà): la parola diventa ine­lut­ta­bile e inso­sti­tui­bile e si rica­rica di ener­gia seman­tica (anche le parole si amma­lano e muoiono).

Ma la pri­gione della forma è insieme la più alta forma di libertà, per­ché è con­tro l’univocità del senso e con­tro la scis­sione dell’essere. La poe­sia è allora “cono­scenza com­pleta” per­ché in lei sen­tire e capire sono una e la stessa cosa.

A que­sta altezza posso situare la sco­perta di Man­zoni poeta, che tanto la scuola mi aveva fatto odiare, e la razio­na­liz­za­zione della mia anti­pa­tia per Leopardi.

III.Nel ’91 ho chie­sto a Jac­ques Derrida:“Come si fa a non avere paura della morte?” “Non ho che una rispo­sta: la scrit­tura. La scrit­tura è ‘iscri­zione’, trac­cia per la soprav­vi­venza, indi­riz­zata all’altro; trac­cia da cui mi posso assen­tare e che quindi mi signi­fica la mia assenza, la mia morte, ma insieme mi dà a pen­sare ciò che è così com’è, senza di me”.

La poe­sia allora può essere resi­stenza alla morte, ma per­ché si avvi­cina il più pos­si­bile alla morte, è espe­rienza della morte.

E sono arri­vata alla mia ultima defi­ni­zione: la poe­sia è “espo­si­zione rituale alla morte”. L’imprigionamento delle parole è l’imprigionamento della vita: la sospen­sione, il con­ge­la­mento della vita per affer­mare e sal­vare la vita. Se sacri­fi­care signi­fica ren­dere sacro met­tendo a morte, la poe­sia sacri­fica la vita, la rende sacra attra­verso il rito della forma che la espone alla morte.

IV. La poe­sia, nata come canto di pre­ghiera, corale, col­let­tivo, adesso non è che un pic­colo rituale tera­peu­tico, indi­vi­duale, personale.

Smet­te­rei di scri­vere versi volen­tieri e subito. Ma con­ti­nua a for­marsi di tanto in tanto in me una sorta di ingorgo psi­chico che riven­dica la sua espres­sione e pre­tende il suo scio­gli­mento: scrivo per non ammat­tire. Non so mai quale sarà il con­te­nuto dei miei versi. So che per ognuno di que­sti ingor­ghi devo cam­biare forma metrica: per non imi­tare me stessa, per rischiare di più, er avvi­ci­narmi di più alla mia paura, per poter dire non quello che vor­rei dire, ma quello che devo dire. Così mi metto di fronte alla mia paura, per rag­giun­gere il mas­simo della paura, per non diven­tare altro che paura e non aver più paura, per qual­che giorno, almeno.

 
da “Patri­zia Val­duga, Quartine-seconda cen­tu­ria”, Einaudi 2001.

 

 

Virginia Woolf — Le parole non vivono nei dizionari, vivono nella mente Il potere di suggestione è una delle proprietà più misteriose che hanno le parole. Chiunque abbia mai scritto una frase deve essere cosciente, o almeno in parte cosciente, di questo. Le parole sono per loro stessa natura piene di echi, di ricordi, di associazioni.  

Non si può usare una parola nuovissima in una lingua antica per il fatto ovvio e al tempo stesso misterioso che una parola non è una singola entità separata, ma appartiene ad altre parole. Non è ancora una parola finché non entra a far parte di una frase. Associare parole nuove a parole vecchie è sempre fatale nella costruzione di una frase. Per usare parole nuove in modo appropriato bisognerebbe inventare una lingua nuova. Come si possono organizzare parole antiche in nuovo ordine in modo da farle sopravvivere, in modo che producano bellezza e dicano la verità? Questo è il vero problema.   

Pensate cosa significherebbe sapere insegnare, e quindi potere imparare l’arte dello scrivere. In questo modo ogni libro, ogni quotidiano direbbe la verità, e sarebbe capace di riprodurre la bellezza. Ma sembra che ci siano degli ostacoli su questa strada, e non pochi impacci nell’insegnare parole. Perché, anche se in questo momento un centinaio di professori stanno tenendo conferenze sulla letteratura del passato, e almeno un centinaio di critici recensiscono letteratura contemporanea,  e centinaia e centinaia di giovani, uomini e donne, stanno superando esami di letteratura inglese col massimo dei voti, credete che questo basti a farci scrivere meglio, oppure a farci leggere e scrivere meglio di quanto si facesse quattrocento anni fa, quando non c’era nessuno che facesse conferenze, né critiche, né lezioni? 

Certo, possiamo sempre prendere le parole, suddividerle e metterle in ordine alfabetico nei dizionari. Ma le parole non vivono nei dizionari; vivono nella mente. Se ne volete una prova, pensate a quante volte, nei momenti di maggiore emozione, vi capita di non trovarne nessuna quando di più ne avreste bisogno. Eppure il dizionario esiste; è lì, a vostra disposizione, ci sono mezzo milione di parole tutte in ordine alfabetico. Ma potete davvero usarle? No, perché le parole non vivono nei dizionari, vivono nella mente. La questione è solo di trovare le parole giuste e di metterle nell’ordine giusto. Ma non possiamo farlo perché esse non vivono nei dizionari, ma nella mente. E come vivono nella mente? Nei modi più strani e svariati, non molto diversamente dagli esseri umani; vagando qua e là, innamorandosi e accoppiandosi. È indubbio che siano molto meno limitate di noi dalle convenzioni e dai cerimoniali. Parole regali possono permettersi di accoppiarsi con le più comuni. Parole inglesi sposano parole francesi, tedesche, indiane, e di colore se gli salta in mente di farlo.   

Di fatto, quantomeno indaghiamo nel passato della nostra cara madrelingua inglese, tanto meglio sarà per la reputazione di quella Signora. Perché è diventata una di quelle donne che passano di continuo da una persona all’altra. Per questo, imporre regole a tali impenitenti vagabonde è del tutto inutile. Al massimo possiamo dire di loro che sembrano preferire la gente che sente e pensa prima di usarle, ma non deve essere gente che sente e pensa a loro, ma a qualcosa di diverso. Perché sono molto sensibili, e si sentono facilmente a disagio. Non amano che si discuta della loro purezza o della loro impurità. 

Le parole sono anche molto democratiche; pensano che una parola sia buona come un’altra; che le parole rozze valgano quanto quelle educate; che quelle incolte siano uguali a quelle colte, non esistono classi o titoli di merito nella loro società. E non amano essere sollevate in punta di penna ed esaminate una per una. Restano sempre unite in frasi, in paragrafi, e a volte per intere pagine di fila. Odiano essere utili; odiano dover far soldi; odiano andare in giro a tenere conferenze. In breve, odiano qualsiasi cosa che imponga loro un unico significato, o che le immobilizzi in un’unica posa, perché cambiare fa parte della loro natura.   

 

E forse è proprio questa la loro caratteristica più sorprendente: il loro bisogno di cambiare. Perché la verità che cercano di affermare ha tante facce; e proprio perché loro stesse sono molto sfaccettate riescono a comunicarla, illuminando ora un volto, ora un altro. Per questo possono significare una cosa per una persona, un’altra cosa per un’altra. Ed è proprio grazie a questa loro complessità che esse sopravvivono. Allora, forse, uno dei motivi per cui oggi non abbiamo grandi poeti, grandi romanzieri o grandi critici è che neghiamo alle parole la loro libertà. Le inchiodiamo a un unico significato, al loro significato utile; a quello che ci fa prendere un treno e superare gli esami. E quando le parole vengono inchiodate a un unico significato, ripiegano le loro ali e muoiono. Senza dubbio a loro fa piacere che noi sentiamo e pensiamo prima di usarle; ma vogliono anche che ci concediamo una pausa; che diventiamo incoscienti. Il nostro inconscio è la loro privacy; la nostra ombra è la loro luce.

 

 

 

«Craftsmanship», Listener, 5 maggio 1937

 
Estratti da “La scrittura, un modo di perdersi in proprio di Erri De Luca
Non è facile spiegare a qualcuno come si fa a scrivere, nessuno lo ha spiegato a me, per la semplice ragione che sono un autodidatta. Ho fatto molti anni nei cantieri, ho lavorato come operaio cominciando come manovale. Sono arrivato a fare il muratore, questa è la carriera in diciotto anni di quella vita, e nessuno mi insegnava niente. Nei cantieri non c’è qualcuno che ti dice come si fa, si guarda come fanno gli altri e piano piano impari. Da noi si dice «rubare con gli occhi». Impari il mestiere prendendolo dagli altri, guardi come fanno. E così è stato per lo scrivere. Chi scrive cerca, con la propria scrittura, di raccontare una storia, prima di tutto a se stessi. Poi queste storie possono diventare addirittura dei libri.
 
Per scrivere le proprie storie, bisogna sapere come scrivono le storie gli altri. La scuola principale per me è stata la lettura dei libri. Leggere le storie degli altri, non con l’intento di scomporle in parcelle, non per capire la costruzione. Non ho mai capito la costruzione di un libro, non ho mai capito quelli che me la spiegavano, o quelli che, dopo aver letto le cose che scrivevo io, dicevano qual era la costruzione. Non ho mai saputo che cos’è. Io adopero a un io narrante, sempre, arrivo al massimo al tu. Non mi sono mai spinto fino alla remota terza persona, non so farlo. Questo io narrante è qualche cosa che ha soltanto un filo di voce. Se questo filo di voce regge, funziona, sta in piedi, passa all’ascolto, qui sta tutta la costruzione. Se non regge, cede, inciampa e stona, fallisce. E allora il castello della complicità si sfalda e le carte finiscono per terra. Non ho mai scritto un dialogo a più voci, il massimo della molteplicità delle voci sono due, per me. Un «triangolo» non l’ho mai scritto. Non mi è mai venuto in mente di scrivere d’altro, mentre qualche volta mi è venuto in mente di utilizzare un io femminile. Ho scritto due piccoli racconti così: uno riguardava una terrorista in carcere che scrive al marito e un altro riguardava una ragazza della Bosnia, che ho conosciuto in uno dei tanti viaggi che ho fatto lì come autista di convogli in spedizioni di solidarietà, e mi sono immaginato come lei vedeva noialtri che venivamo lì in quell’ospedale durante la guerra. Tutto questo sempre cercando di reggere un io narrante. Quindi, dal punto di vista del rango degli scrittori, sono abbastanza dimezzato, comunque ridotto, nel senso che posseggo solo due persone di tutte quelle che ci sono, e ce ne sono sei nella nostra grammatica.
 
Io scrivo sempre in posizioni scomode, non mi sono mai seduto a scrivere da qualche parte, in molti posti della mia vita non c’era un tavolo. Ho imparato a scrivere in ginocchio, appoggiando il quaderno al letto. E poi, mi sono accorto che questa è una cosa molto piacevole dal punto di vista della schiena. Dopo che uno ha fatto una lunga giornata di lavoro in cantiere, sedersi non funziona. Ma non è questo che conta, importante è come vengono fuori le pagine. Scrivo una storia e poi la lascio stare per un po’, poi la riprendo, a distanza di tempo, per ricopiarla. Il mio intento è di ripassare, di ricalcare ancora quello scritto, di ripassarci sopra senza nessun intento di cambiamento,  solamente per vedere se quella storia funziona per me, se vale ancora il mio tempo di copiatura e la buona volontà di tenerla presente. Altre storie cadono perché le butto via, non ho voglia di ricopiarle e finiscono nei rifiuti; altre, invece, resistono e io le ricopio.
Dunque, l’idea della scrittura non è quella dell’edificio che si eleva piano per piano, ma di un sentiero che si approfondisce passaggio per passaggio, fino a levare di mezzo tutte le asperità, a essere transitabile tranquillamente. Il ripasso, la ricopiatura, mi permette di portare via le parole, i pezzi di frase, delle intere frasi che non mi piacciono. Esistono parole che, a distanza di tempo, magari perché finiscono in bocca a qualche personaggio televisivo, diventano improvvisamente goffe e consumate, e ingialliscono. Allora uno non le riesce più a usare. Di conseguenza, lentamente, attraverso queste ricopiature, attraverso la consumazione delle parole, si scava un proprio vocabolario.  Non per scelta, ma per mutilazione. Perde pezzi, il vocabolario. Copiando e ricopiando, a distanza di tempo mi è capitato di arrivare a una versione definitiva. Versione definitiva che secondo Borges, signore della letteratura, appartiene alla religione o alla stanchezza.
 
Ho iniziato a scrivere da ragazzino, subito, appena ho cominciato a leggere, perché era una cosa che si faceva in casa mia. Anche mio padre ha scritto delle storie, era una cosa perfettamente naturale. Allora però, le storie le inventavo. Non le avevo di mio. Ci sono degli scrittori che dicono che i libri sono i loro figli, per me non è così, proprio per niente. I libri per me sono delle storie con cui sono cresciuto, che mi sono portato appresso, aggiungendo le esperienze, che intanto mi capitavano. Sono cose, quindi, che procedono con la mia vita, coincidendo con essa. Quando arrivo alla stesura definitiva, io sono stato il proseguimento di quei libri, ne sono il figlio, il seguito è il punto in cui mi sono fermato, i miei antenati, pietra del passato di cui io sono la continuazione. Non sono figli miei che vanno in giro per il mondo, sono io che sono il seguito di quelle storie.
 
Estratti da “La scrittura, un modo di perdersi in proprio”, conversazione con Erri De Luca a cura di a cura di Rosaria Guacci e Bruna Maiorelli.
 

È stato di recente accertato da un gruppo internazionale di ricercatori (si tratta di Gunter Kreutz dell’Università di Oldenburg, di Emery Schubert dell’Univerità New South Wales di Sidney e di Laura Mitchell della Caledonian University di Glasgow) che i musicisti professionisti, quando ascoltano (o pensano) la musica lo fanno in modo strutturato e sistematico rispetto al semplice ascoltatore. È facile pertanto che accada, quando si mettono ad ascoltare un brano musicale, che prestino maggior attenzione alla esecuzione dei singoli strumenti musicali e alle componenti vocali piuttosto che all’insieme concertistico, mentre i non professionisti si affidano alla cosiddetta “tematica emotiva” (fonte: Psicologia Contemporanea, 2010, 220, pag. 52) facendosi trasportare cioè dal risultato complessivo.   

Leggi tutto...
 

Intervista a Ernest Hemingway (l’arte della narrazione)

 

 

Sono piacevoli le ore che trascorre scrivendo?

Sì, molto.

Potrebbe descriverci il modo in cui lavora? Quando comincia e se si attiene a orari precisi?

Quando lavoro a un libro a un racconto comincio a scrivere la mattina, alle prime luci dell’alba. Non c’è nessuno che mi disturbi e poi fa fresco, talvolta freddo, così mi riscaldo lavorando. Leggo quello che ho scritto il giorno prima e siccome m’interrompo sapendo sempre quello che verrà dopo, ricomincio da lì. Scrivo fino a quando arrivo a un punto in cui ho ancora qualcosa che preme per uscire e passare sul foglio, e so che cosa deve succedere, allora mi fermo e cerco di vivere fino al giorno successivo, quando sarà ora di rimettersi al lavoro. Diciamo che se attacco alle sei del mattino posso andare avanti fino a mezzogiorno, qualche volta smetto prima. Quando mi fermo mi sento svuotato, ma allo stesso tempo anche carico, come quando ho fatto l’amore con qualcuno che amo. Non c’è niente che mi possa ferire, niente che mi possa turbare, niente che significhi niente fino all’indomani, quando ricomincio di nuovo. Il difficile è attendere fino ad allora.  

 

Riesce a non pensare al lavoro quando non è alla macchina da scrivere?

Certo. Ci vuole un po’ di disciplina per riuscirci, e questa disciplina va imparata. Non c’è altra soluzione.

Quando riprende a lavorare da dove ha interrotto il giorno prima, fa già una revisione del testo oppure aspetta di aver concluso tutto? 
Ogni giorno, prima di ricominciare, rivedo il testo fin dove sono arrivato e quando ho finito lo rileggo interamente. Poi posso di nuovo correggerlo dopo che è stato battuto a macchina ed è scritto chiaro. L’ultima occasione sono le bozze. Meno male che ci sono tutte queste opportunità.

Leggi tutto...
 

 

How to Write Like Haruki Murakami

Ovvero

Le lezioni di scrittura nascoste in 1Q84
 

Dovrebbero metterci un avviso sulla copertina dei suoi libri, un po' come si fa per le sigarette.

Murakami è un autore la cui lettura può dare dipendenza.

Si inizia con “Kafka sulla spiaggia” o “Norwegian wood”, e si finisce per leggere qualsiasi cosa egli abbia scritto. O almeno, questo è quello che è capitato a me.

Tra l'altro è stato anche il traduttore in giapponese delle opere di uno dei miei autori preferiti, Raymond Carver, di cui abbiamo parlato in un articolo precedente. (che wiki sarebbe senza collegamenti ipertestuali?!)

Murakami ne parla così:

Fino a quando non ho incontrato Raymond Carver, non c'era mai stata una persona che, come scrittore, potessi considerare il mio mentore. Raymond Carver è stato senza dubbio l'insegnante più prezioso che abbia mai avuto e anche il mio migliore amico letterario.”

Leggi tutto...
 

Brani da interviste a David Foster Wallace

(Brani da Larry McCaffery, An Interview with David Foster Wallace, Review of Contemporary Fiction, estate 1993; Laura Miller, The SALON Interview - David Foster Wallace, 8 marzo 1996; traduzione di Martina Testa) 


Un buon momento per fare lo scrittore
David Foster Wallace.jpgDavid Foster WallacePersonalmente, credo che questo sia veramente un buon momento per un giovane che voglia cominciare a scrivere narrativa. Ho degli amici che non sono d’accordo. Al giorno d’oggi la narrativa di qualità e la poesia sono emarginate. È un errore in cui cadono parecchi dei miei amici, questa vecchia idea secondo cui «Il pubblico è stupido. Il pubblico vuole andare in profondità solo fino a un certo punto. Poveri noi, siamo emarginati perché la tv, la grande ipnotizzatrice... bla bla bla». Ci si può mettere seduti in un cantuccio e piangersi addosso quanto si vuole. Ma è una stronzata. Se una forma d’arte viene emarginata è perché non parla davvero alla gente. E un possibile motivo è che la gente a cui si rivolge sia diventata troppo stupida per apprezzarla. Ma a me sembra una spiegazione troppo semplice.
Se uno scrittore si rassegna all’idea che il pubblico sia troppo stupido, ad aspettarlo ci sono due trappole. Una è la trappola dell’avanguardismo: si fa l’idea che sta scrivendo per altri scrittori, perciò non si preoccupa di rendersi accessibile o affrontare questioni di ampia rilevanza. Si preoccupa di far sì che ciò che scrive sia strutturalmente e tecnicamente all’avanguardia: involuto nei punti giusti, ricco di appropriati riferimenti intertestuali... L’opera deve sprizzare intelligenza. Ma all’autore non importa nulla se sta comunicando o meno con un lettore a cui freghi qualcosa di quella stretta allo stomaco che è poi il motivo principale per cui leggiamo. Sul fronte opposto ci sono opere volgari, ciniche, commerciali realizzate secondo formule prestabilite - essenzialmente, il corrispondente letterario della tv - che manipolano il lettore, che presentano materiale grottescamente semplificato con uno stile avvincente perché infantile.
La cosa strana è che questi due fronti sono in lotta fra loro ma hanno un’origine comune, che è il disprezzo per il lettore: l’idea che l’attuale emarginazione della letteratura sia colpa del lettore. Il progetto che vale la pena di portare avanti è invece quello di scrivere qualcosa che abbia in parte la ricchezza, la complessità, la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, qualcosa che spinga il lettore ad affrontare la realtà invece che a ignorarla, ma che nel fare questo provochi anche piacere nella lettura. Il lettore deve sentire che qualcuno sta parlando con lui, non assumendo una serie di pose.  
Leggi tutto...
 

 «Per lo scrittore di narrativa, tutto tro­va verifica nell’occhio, organo che, alla fin fine, riassume l’intera personalità, e quanto più mondo riesca a contenere. Riassume il giudizio. Il giudizio è una cosa che ha origine nell’atto della visione, e quando non parte da quella, o ne è scisso, allora nella mente esiste una confusione che si tra­sferirà al racconto.
La narrativa opera tramite i sensi, e uno dei motivi per cui, secondo me, scrivere racconti risulta così arduo è che si tende a dimenticare quanto tempo e pazienza ci vogliano per convincere tramite i sensi. Se non gli viene dato modo di vivere la storia, di toccarla con mano, il lettore non crederà a niente di quello che il narratore si limita a riferirgli. La ca­ratteristica principale, e più evidente, della narrativa è quel­la di affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare e toccare.

È questa una cosa che non si può imparare solo con la te­sta; va appresa come un’abitudine, come un modo abituale di guardare le cose. Lo scrittore di narrativa deve rendersi conto che non è possibile suscitare la compassione con la compassione, l’emozione con l’emozione, o i pensieri con i pensieri. A tutte queste cose bisogna dar corpo, creare un mondo dotato di peso e di spessore.
Leggi tutto...
 

“Voi domandate se i vostri versi siano buoni. Lo domandate a me. L’avete prima domandato ad altri. Li spedite a riviste. Li paragonate con altre poesie e v’inquietate se talune redazioni rifiutano i vostri tentativi. Ora (poiché voi m’avete permesso di consigliarvi) vi prego di abbandonare tutto questo. Voi guardate fuori, verso l’esterno e questo sopratutto voi non dovreste ora fare. Nessuno vi può consigliare e aiutare, nessuno. C’è una sola via. Penetrate in voi stesso. Ricercate la ragione che vi chiama a scrivere; esaminate s’essa estenda le sue radici nel più profondo luogo del vostro cuore, confessatevi se sareste costretto a morire, quando vi si negasse di scrivere. Questo anzitutto: domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso, se v’è concesso affrontare questa grave domanda con un forte e semplice « debbo », allora edificate la vostra vita secondo questa necessità. La vostra vita fin dentro la sua più indifferente e minima ora deve farsi segno e testimonio di quest’impulso. Poi avvicinatevi alla natura. Tentate come un primo uomo al mondo di dire quello che vedete e vivete e amate e perdete. 

Leggi tutto...
 

Pagina 1 di 2

<< Inizio < Prec. 1 2 Succ. > Fine >>

[TwittNews]

[Fan!]

Joomla! is Free Software released under the GNU/GPL License. Theme created by youjoomla modified by Eleonora Lo Iacono